L’utilità invisibile della sconfitta

resizer13.11.2017, Italia-Svezia 0-0. L’Italia non si qualifica per il campionato mondiale 2018.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.

Pier Paolo Pasolini


Ma perdere, serve? Ha una sua invisibile utilità?

Per cominciare: se perdere non servisse, non scriverei questo post.

Gli inni nazionali non avrebbero ragione di essere fischiati. Nessuna ragione.

A quel punto, accetteremmo la sconfitta come evento naturale. Anzi, a volte, sarebbe una specie di medicina.

Metteremmo in conto l’errore del singolo, quello del gruppo, la serie di errori, la buona sorte che non ci ha accarezzato.

L’inferiorità rispetto all’avversario sarebbe una delle possibili cause di un risultato sgradito.

Inclusa. Totalmente inclusa nel computo di un gioco dove ‘uno vince, l’altro no’.


A quel punto, risulterebbe persino necessario toccare il fondo.

Trovarsi nel punto più basso di una storia sportiva, mentre si sentono echi di festeggiamenti altrui.

Una volta lì, nel buio, sentiremmo il freddo entrarci nelle ossa. Il freddo della delusione sportiva.

Poi, potrebbe capitare una cosa assurda: quella sembrerebbe la migliore posizione per tornare a spingere verso l’alto.


Lì, succederebbe qualcosa a cui non siamo abituati.

Le responsabilità verrebbero prese per davvero, affiancando le cariche, i titoli, gli onori, le cronache, le interviste.

Dopo sconfitte cocenti o cicli conclusi, si lascerebbe il posto a qualcun altro. Con una naturalezza congenita.

Ripartendo, le persone ai vertici verrebbero selezionate secondo criteri meritocratici. Non sarebbero nominate come burattini, per coltivare interessi privati.

Ci sarebbero anche donne. Non soltanto uomini, con immaginari meriti di sesso.

Quelle persone sarebbero competenti, credibili e professionali. Essenziali per un progetto condiviso e privi dell’ambizione di ritenersi indispensabili.

La progettazione a lungo raggio diventerebbe la norma e nessuno (ripeto, nessuno) si sognerebbe di vincere senza progettare un successo nei dettagli.

La pazienza e la perseveranza sarebbero caratteristiche costanti.


Poi torneranno le partite.

E gli avversari più forti di noi…continueranno a batterci. Non sempre, ma spesso sì.

A noi roderà terribilmente il c**o, ma sapremo di essere sulla strada giusta.

Passeranno i mesi e pure gli anni. Tanti. Anche tantissimi.

Poi, d’un tratto, qualcuno farà un’uscita assurda: “Perché non potremmo tornare a vincere un campionato del mondo?”.

Quella domanda sarà così assurda che inizieranno a farsela in molti.


Da lì in poi, le gambe dei giocatori risponderanno. E il cuore pure.

Il campo darà il suo consenso e così tornerà a succedere.

Col sudore del merito.

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Il sorriso è una scelta

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Lei ha 27 anni e sorride spesso.
Anche al lavoro.

Non ha un motivo specifico per sorridere.
Cioè, ha una vita normale.
Si porta con sé pregi, qualità, difetti, ansie, impegni, scadenze, vizi.

Lui lavora con lei e ha 10 anni di più.
Un giorno le fa notare di essere sorpreso dal suo sorriso costante.
Poi, aggiunge un dettaglio: fa la parte del saggio.

La avverte che, prima o poi, il suo sorriso si farà più smorzato.
Ne è sicuro, perché lui ci è già passato.
“La vita è dura”.
“Bisogna farsi il mazzo”.
“Capiterà anche a te”.

Lei rimane sorpresa e con gran naturalezza…sorride ancora.
Non può permettersi di credere a quelle parole.


Sorride per tre motivi.
1. Lo fa da sempre.
2. Di solito, quando sorride sta bene.
3. Non è abituata ad omologarsi allo spegnersi delle emozioni.

Sia chiaro: lei la pensa come lui.
Sulle prime due affermazioni, lei la pensa esattamente come lui.
Sulla terza invece, no.

Infatti la sua parola-chiave è NONOSTANTE.
Non è SICCOME.
Nonostante la vita sia dura, lei sceglie ancora di sorridere.
Nonostante sia necessario farsi il mazzo, lei sceglie ancora di sorridere.

“Smettere di farlo, sarebbe pericoloso”.
Si ripete lei, di tanto in tanto.

Siamo quello che postiamo

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“Noi siamo quello che mangiamo”
Ludwig Feuerbach

Feuerbach non aveva Facebook.

Per carità, ci ha preso in pieno con quel pensiero lì. Però non aveva Facebook.

Quindi non potrebbe capire che noi, oggi, siamo anche quello che postiamo. Ciò che emettiamo digitalmente.

A volte senza filtri. A volte, coi filtri un po’ usurati.

°°°

Sul social network con la “effe” ho 567 amici. Amico, si sa, qui è una parola comoda per dire “persona che ha chiesto o accettato di rimanere in contatto dietro a uno schermo”.

Ma questo è un altro discorso.

Bene. Ogni mio amico su Facebook, volente o nolente, appartiene a un insieme. Ci è finito, ripetendo nel tempo una serie di pubblicazioni con un minimo comun denominatore.

Ne elenco 11.

Sperando sinceramente che nessuno la prenda sul personale. Non avrebbe neanche senso, considerando l’ultimo degli undici.


  1. LODIO

Affetti da una malattia terribile: l’odio, detto anche lodio (nella foga di scrivere contro ‘un mondo che non va’). Il loro utilizzo della notizia è volto scientificamente a seminare parole violente, insulti e auguri di sventure precoci agli altri. Se un giorno la notizia non c’è, ce la si inventa.

  1. REVOLUCIÓN

I ribelli esistono ancora e la rivoluzione è in atto. A differenza degli haters acidi, si indignano per davvero contro le ingiustizie quotidiane. Non per scherzo. Solo che il mezzo di rivoluzione è ancora un indice (un po’ unto) che pigia lettere sullo smartphone.

  1. SENTIERO SPIRITUALE

Mistici, figli dei fiori, tendenzialmente abitanti di una dimensione eterea. Ogni post è luce, natura, risveglio, pace. Ogni parola è una carezza. Ogni azione sulla terra pare…rimasta impigliata in aria.

  1. COCCODRILLI

Chi si piange addosso. Spesso. Usano mantra come ‘mai una gioia’ o ‘anche oggi, si festeggia domani’. Dicono a Facebook che parteciperanno agli incontri per ‘single disoccupati con l’alito cattivo’ in città come… Rovigo. Non è vero. Ma intanto, un’altra auto-lacrimuccia è già scesa sul volto.

  1. KODAK

I nostalgici della fotografia analogica, inserita a forza nei sistemi digitali. La loro è una comunicazione basata sulle foto. Sfocate, storte, scure, a tratti psichedeliche. Con obiettivi, esposizioni e tonalità condizionati dall’effetto della caduta di un asteroide lì vicino.

  1. AUTOSCATTO

Il selfie una volta si chiamava autoscatto. E la gente lo faceva già, prima che si chiamasse selfie. Non ogni giorno, certamente, ma ogni tanto sì. I livelli di narcisismo registrati da queste parti hanno un’autostima roboante. Lo slogan ‘metterci la faccia’ non era mai stato preso tanto alla lettera.

  1. FOOD MOOD

Il settore food è la passione digitale di questi ‘testimoni del cibo’ del ventunesimo secolo. Immagini di piatti d’ogni genere, colmi e invitanti, affiancati da birrozze o vinelli da sbronza galoppante alle due di pomeriggio. Ci si augura che poi, il food, venga anche ingerito.

  1. ORECCHIO FINO

Musicisti, ex musicisti, DJ, ex DJ, organizzatori di eventi musicali, tecnici audio. Insomma, gli ‘orecchi fini’. La loro musica è incontestabilmente superiore a quella degli altri. Qualche divinità ha donato loro il segreto della melodia perfetta. Per pensarlo (davvero), bisogna strafarsi di musica buona.

  1. GRUPPO RAPERONZOLO

Elitari, non sempre per scelta. Sono in cima alla torre, con Raperonzolo. Parlano in codice e si capiscono in gruppi non superiori a quattro/cinque unità. Usano hashtag criptati e GIFS animate un po’ vintage, che ovviamente comprendono solo tra di loro.

  1. INTELLIGHENZIA

Puristi. E intellettuali da diverse generazioni. Hanno capito molto di molte cose e continuano sorprendentemente a farlo. Scrivono col guantino bianco su politica, economia, educazione, diritti sociali. Nei riscontri elettorali, si attestano tra lo 0,01 e lo 0,02%.

  1. QUELLI COME ME

Quelli come me, proprio come me. Quelli che per anni hanno criticato Facebook e i social media, rifiutando come la peste un’evoluzione tecnologica che stava per farci scomparire da qualche circolo comunicativo. Poi un giorno (all’estero) hanno provato l’ebbrezza di aprirsi un account. E si sono accorti che, per chi ama scrivere e condividere, tutta sta roba non era così male.

photo: Ed Gregory

Tre riflessioni di un ignorante

Progetto senza titolo

Sono ignorante e morirò ignorante. Spazio per i dubbi: zero per cento.

Ci sono settori in cui la mia ignoranza è cronica. Settori in cui, nell’arco di questi 30 anni abbondanti, ho fatto dei progressi minimi.

Fisica, matematica, chimica, medicina, ingegneria. Solo per fare alcuni esempi.


Ma ci sono anche dimensioni nelle quali pensavo di essere discretamente sapiente.

Pensavo!

Invece mi accorgo di essermi illuso di sapere “solo più di qualcun altro” (comparazione molto instabile).

Sono spesso un inconsapevole-ignorante-ambulante. Uno che ha “ampi margini di miglioramento”, come piace dire a mio padre.

(mio padre però non mi ha mai confidato che, oltre a essere ampi, sono anche eternamente incolmabili)


GLI EQUILIBRI DELLE RELAZIONI UMANE

Le persone non capiscono quello che c’è nella mia mente. Non l’hanno mai capito. E la situazione non cambierà.

Ho migliorato molti aspetti della mia qualità comunicativa. Ma devo ancora imparare tanto.

Ad ascoltare, per esempio. In caso contrario, mi aspettano steppe sconfinate o caverne orientate a nord.

Parallelamente, poi, devo continuare a imparare ad esprimermi.

In modo chiaro e soprattutto assertivo. Se no, son cavoli amari e mal digeribili.

“Le parole sono finestre. Oppure muri.”
Marshall Rosenberg

 

L’ALIMENTAZIONE (IN)CONSAPEVOLE

Non c’è nulla che il corpo assimila in modo così profondo come il cibo che viene ingerito.

La questione si verifica tre o quattro volte al giorno. Ogni giorno.

Nel mio caso, significa circa 40.000. Ho mangiato circa quarantamila volte nella mia vita.

Di queste, credo, un buon 90% erano “inconsapevoli negli effetti”.

Cioè, una volta buttato giù, non so come quel cibo si sia relazionato esattamente con le mie cellule.

Negli ultimi anni, le cose sono migliorate: più informazioni, più attenzione, più consapevolezza, più decisione.

(ma quando mi capita di parlare con mia sorella – studentessa di Medicina – la constatazione della mia ignoranza si prende sempre la scena)

“Il cibo che scegliamo, sceglie cosa diventiamo.”
Anonimo

 

IL SUONO SCONOSCIUTO DEL SILENZIO

Senza il suono, sembra che non accada nulla.

Nulla.

L’immersione nei suoni trafficati, quotidiani, cittadini, lavorativi, contemporanei è convenzionalmente ritenuta normale.

A me è sfuggito un piccolo dettaglio, però.

Dopo aver confuso il “suono” con il “rumore”, mi sono accorto di non conoscere come fa il silenzio.

(per esempio, il silenzio che fa mia madre quando legge un libro con gli occhi)

Me lo dimentico ancora troppo spesso.

“Il mistero del silenzio è che non fa mai lo stesso rumore.”
Texxmat
foto: Sanda Aulic

Gli imprenditori umani

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Se Derek Sivers venisse dalle mie parti (nel nord est italiano), probabilmente lo prenderemmo per un tipo molto strano.

Lo vedremmo come un visionario artistoide. Forse, matto.

Uscirebbero frasi come “carino, ma…”, “eh no, qui è impossibile”, “troppo onesto, vecchio mio”, “così fallisci subito”.

Lo prenderemmo per uno che viene a raccontarci un mondo che non è il nostro. E quindi, probabilmente, fine della storiella.


Nel 1998 Sivers crea un sito di e-commerce, chiamato CD Baby. Lo fa partendo da zero, studiando e imparando a programmare da solo.

Lui vuole semplicemente vendere il suo disco (è musicista) e quello di pochi altri amici. Da lì però il sasso cade nello stagno. E l’onda si espande.

In dieci anni CD Baby passa da 0 a 4 milioni di dollari di vendite al mese.


E qui c’è il coniglio dal cilindro: Sivers fa una cosa totalmente incomprensibile per qualsiasi “prenditore”.

Crea un fondo benefico chiamato Indipendent Musician Charitable Remainder Unitrust, a cui trasferisce tutti gli asset di CD Baby.

Alla sua morte, gli asset saranno destinati interamente all’educazione musicale. Per ora invece, finché è vivo, il fondo gli versa una rendita annua del 5%.


Poi succede che Disk Makers compra il gioiello, versando nelle casse del fondo 22 milioni di dollari. Ma questi sono dettagli…

Morale della favola: si nota la differenza rispetto ai “prenditori”?

Derek Sivers appartiene a una generazione diversa.

Una generazione di imprenditori umani.

Con codici etici. Scolpiti nella pietra.


Le 11 regole di Derek

1) Non si fa impresa per soldi. Si fa impresa per realizzare dei sogni, per gli altri e per se stessi.

2) Creare un’azienda è la soluzione più efficace per migliorare il mondo, migliorando nel contempo anche se stessi.

3) Quando crei un’azienda, crei un’utopia. È qui che progetti il tuo mondo ideale.

4) Non fare mai nulla solo per i soldi.

5) Non metterti in affari solo per guadagnare. Fallo solo per rispondere a delle richieste di aiuto.

6) Il successo è frutto di un processo continuo di invenzione e miglioramento, non del continuo ostinarsi a promuovere ciò che non funziona.

7) Il tuo business plan è opinabile. Non puoi sapere cosa vuole davvero la gente finché non cominci a metterci mano.

8) Partire senza soldi è un vantaggio. Non c’è bisogno di soldi per cominciare ad aiutare gli altri.

9) Non puoi piacere a tutti, perciò escludi orgogliosamente certe categorie di persone.

10) Renditi inutile per la gestione della tua azienda.

11) Il vero scopo di qualunque attività è la felicità, perciò fai solo ciò che ti rende felice.

foto: 2015.theconference.se

Cose che ho imparato dai bambini

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Negli ultimi 12 mesi della mia vita ho avuto una grande fortuna.

Per scelte professionali personali, sono entrato spesso in relazione coi bambini. Esseri umani di età compresa fra i 3 e i 9 anni.

Ho fatto il babysitter, il ragazzo au pair, l’allenatore di calcio, l’animatore estivo.

Esperienze impegnative. Molto stancanti. E delicatissime, per la responsabilità che ci si prende verso i genitori.

Ma, senza il minimo dubbio, dico che è…qualcosa di stupendo.


ALTEZZA ED ESTENSIONE

Non mi ricordavo di come fosse il mondo dall’altezza di un metro, o giù di lì.

Mi sono rimesso a quell’altezza. E ho scoperto che più l’orizzonte sembra irraggiungibile, più aumenta la voglia di andarlo a prendere.

I genitori, da quell’altitudine, sembrano dei veri giganti. In più, si vede chiaramente chi ha voglia di scherzare, chi è imbronciato, chi nervoso, chi rilassato.

Da quella altezza, poi, ogni giardino ha un’estensione enorme. Dietro un albero, ci può essere una valle paradisiaca. Dall’altra parte di un fiume, possiamo trovare strani animali che nessuno ha mai visto.

DOMANDE

Non mi ricordavo nemmeno cosa volesse dire farsi delle domande spontanee. Che di solito iniziano con “perché”.

I bambini le fanno in automatico, senza filtri.

“Quanti cammelli muoiono in un giorno?”, si chiede Greta, 7 anni. Io non so nemmeno quanti cammelli ci sono nel mondo! Figuriamoci se so quanti ne muoiono in un giorno.

Le ho detto che non lo so. La cosa non le è piaciuta affatto.

RISPOSTE

Senza filtri sono anche le loro risposte.

Per esempio: avevo il dubbio che i miei occhi fossero di un colore un po’ indecifrabile, tra il verde e l’azzurro.

Così ho chiesto a Nora, 7 anni, guardandola in faccia.

“Azzurri!” mi ha detto in una frazione di secondo. Puff! Come se lo sapesse da sempre.

AGONISMO PURO

Molti bambini sono ultracompetitivi. Delle piccole macchine, su cui è stato impostato il comando “o vittoria o nient’altro”.

Matteo (9 anni) e suo fratello Gabriele (7 anni) mi hanno sfidato diverse volte a calcio, ping-pong e freccette.

Qualche volta, lo giuro, sono anche riuscito a batterli. Ma ho dovuto sudare sette camicie.

Quelli non mollavano un millimetro quanto a carica agonistica. Roba da “mors tua, vita mea”.

GOFFAGGINE E RISATE

I bambini sono inconsapevolmente meravigliosi nella loro goffaggine.

Storpiano le parole. Vanno spesso sovrappensiero, con gli occhi persi nel vuoto. Provano numeri acrobatici con l’assoluta convinzione di riuscire a farli (a volte ce la fanno, a volte la fisica li “riporta” a terra).

Se osservi cosa fanno e ascolti attentamente cosa dicono, possono farti ridere di vero gusto.

“Come chi?”, mi chiedo. Come nessun comico saprà mai fare.

 

a mia madre Nilla


foto: www.laccisciolti.it

 

5 motivi per partecipare a RICERCATI

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“L’inganno sarebbe cercarci dove siamo già. Perché sarebbe in questo caso una ricerca posticcia, finalizzata a confermare l’idea che di noi già abbiamo. Occorre invece cercarci dove… non c’è alcuna traccia di noi: solo così la ricerca potrà essere sincera, spietata, seminale.”
Andrea Strozzi

RICERCATI è un’esperienza di ‘speleologia interiore’.

Un progetto che abbiamo fatto nascere in tre: Andrea StrozziMichele Vanzini e io.

Bene, che cos’è la speleologia interiore?

Ehm…no. Non riesco a spiegarlo in poche righe.

Però, posso dire a chi consiglio Ricercati.

A tutte quelle persone che sentono il bisogno di:

  • scendere temporaneamente dai treni della frenesia quotidiana.
  • darsi un po’ di…tempo. Tempo incondizionato per sé.
  • (ri)avvicinarsi a silenzio e natura (anche nello stesso momento).
  • lasciar parlare quella vocina interiore che di solito dice “questo lo voglio, questo invece no”.

I motivi per partecipare sono tanti.

Possiamo averne anche uno solo. Magari grande ed evidente.

Oppure tanti, piccoli e complementari.

Qui, ne ho riassunti cinque, per me evidenti.

°

TEMPO PER NOI

Ricercati è un’opportunità per dedicarci del tempo.

Quello che non abbiamo quasi mai a sufficienza per fare le cose che ci piacciono e per volerci bene.

Quello lì.

°

OSSERVAZIONE, ASCOLTO, SILENZIO 

Ricercati è rallentamento.

Rallentare per osservare quello che ci circonda. Per rimanere ancora stupiti di fronte a qualcosa/qualcuno.

Rallentare per ascoltare i rumori che di solito perdiamo: il vento che soffia, gli uccelli che cantano, il passo degli scarponi sul terreno, le dita che tamburellano sul ceppo di legno. Le nostre risate.

°

DOMANDE

Ricercati è un terreno ideale per farsi domande. Magari, semplicemente una domanda in più del giorno precedente.

Domande di cui non conosciamo subito la risposta. Quelle che finiscono con un punto interrogativo e che, spesso, ci disorientano.

Le stesse che normalmente evitiamo con un pranzo da preparare, un film, un aperitivo tra amici o un qualsiasi gesto che faccia in modo di evitarle.

°

SENZA MASCHERE

Ricercati non ama le maschere. Quelle sociali. Invisibili, intoccabili, accumulabili con le bugie.

Di solito cadono. A volte, chiedono proprio di essere tolte.

°

NO FUFFA

Ricercati non è fuffa. Non ne ha assunto i “requisiti”.

Non è un’esperienza improvvisata la mattina e messa in scena la sera.

Te lo posso dire con sincerità. Mettendoci la faccia.

photo: Nejc Košir

Tu sei come Dave Wottle

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Tu sei come Dave Wottle. Io pure, eh. Io pure sono come Dave Wottle.

Solo che me ne ricordo pochissime volte. E penso che, in questo, un po’ ci assomigliamo.


Mi ricordo pochissime volte di poter andare col mio passo (che è già una conquista).

E mi ricordo pochissime volte che, se mi attardo rispetto al gruppo, posso recuperare lungo il tragitto.

Accelerare, poi, quando la milza smette di farmi male e c’è più aria nei polmoni.

Accelerare, anche se gli altri invece tirano il fiato (e non è strategia, sono stanchi per davvero).

Gli altri però sono GLI OSTACOLI, non i concorrenti.


Tendiamo a pensare che ci siano sempre concorrenti attorno a noi. Vero?

Davanti, dietro, ai lati. Tendiamo a sentire vicino a noi costanti generatori di ansia.

E le nostre voci interiori (che abbiamo tutti) spronano alla massimizzazione del risultato.

Che bello che sarebbe se questa massimizzazione fosse indirizzata verso un risultato scelto.

Scelto da me, non dalla massa. Un risultato onesto, raggiungibile, privo di componenti egoiche, possibilmente utile anche per altri.


Ecco, se voglio essere come Dave Wottle, devo ricordarmi una semplice intenzione: è diventare un me stesso migliore la grande sfida.

Nada más.


Monaco di Baviera, 1972 – Giochi Olimpici

foto: www.awesomejelly.com

Qualcosa è cambiato

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Qualcosa ultimamente è cambiato.

Per fortuna.

Perché mi fa un po’ timore ciò che non muta mai.

Come le scelte che diventano abitudini inconsapevoli. Come le cose “che ormai vanno così”. Come i rapporti che si avvitano su azioni ripetute a memoria.


Qualcosa è cambiato, dunque.

Come nel bellissimo film di James L. Brooks.

Qualcosa che poteva rimanere simile o addirittura uguale.

E a quel punto, probabilmente, sarebbe stato basilico senz’acqua (hai presente più o meno?).


Se qualcosa è cambiato, qualcos’altro ancora cambierà.

Nei contenuti e nelle direzioni di questo blog.

Negli strumenti che uso per comunicare.

Nei percorsi della mia vita, che a volte trovano sante biforcazioni (mi costringono a scegliere…).


Per concludere questo post, lascio la parola a lui.

Che è sintetico.

E soprattutto, va dritto al punto.

°

“Non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare”

Eraclito

Paolo Villaggio

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Non muore mica il talento comico indiscusso.

Vive nel ricordo di chi lo ha riconosciuto.

Vive nel ricordo di chi ha guardato, di chi ha riso a crepapelle, di chi ha appena sorriso.

Vive nella memoria di chi ha capito che erano pezzi d’Italia, di chi ha capito che erano “pezzi di noi”, di chi ha imitato, di chi ha condiviso, di chi ha riso ancora perché ormai…era divenuto leggenda.

foto: www.vanityfair.it