I 10 comandamenti paradossali

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Sono passati 50 anni esatti da quanto Kent M. Keith – scrittore ed educatore americano – ha scritto i 10 comandamenti paradossali.

Un opuscolo pensato e realizzato per i leader degli studenti dell’Università di Harvard.

Una lista di suggerimenti per trovare la forza, anche quando la corrente è avversa o il tentativo diventa invano o l’ingiustizia sembra avere la meglio.


La cosa che trovo sorprendente è l’assenza di un accento politico, che non permette quindi di catalogarlo, collocarlo o schierarlo.

Si tratta di un manifesto umano, che parla alla persona. A tutte quelle persone che, nella vita, si troveranno in situazioni…di vita.


I 10 COMANDAMENTI PARADOSSALI

1. Le persone sono illogiche, irragionevoli ed egoiste. Amale comunque.

2. Se fai del bene, la gente ti accuserà di avere un secondo fine. Fai comunque del bene.

3. Il successo ti procurerà nemici veri e falsi amici. Abbi successo comunque.

4. Il bene che fai oggi verrà dimenticato domani. Fai comunque del bene.

5. L’onestà e la franchezza ti renderanno vulnerabile. Sii onest@ e franc@ comunque.

6. Anche i più grandi uomini e le più grandi idee possono essere ostacolati dagli uomini più piccoli con piccole menti. Pensa comunque in grande.

7. A parole la gente sta con i perdenti, ma poi segue solo i vincenti. Battiti comunque per i più deboli.

8. Ciò che hai impiegato anni a costruire può crollare in un istante. Scegli comunque di costruire.

9. Le persone hanno bisogno di aiuto, ma potrebbero attaccarti se gli offri una mano. Aiutale comunque.

10. Dà al mondo il meglio di te e sarai colpito fra i denti. Dà comunque il meglio di te.


Ho fissato i 10 comandamenti paradossali come una sfida. La sfida è fare sempre ciò che è giusto e vero, anche se gli altri non lo apprezzano. Rendere il mondo un posto migliore non può dipendere dagli applausi. Devi continuare a lottare. Perché se non lo fai, molte delle cose che devono essere fatte nel nostro mondo non saranno mai fatte.

KENT M. KEITH

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Criminali e colombe

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Questi erano criminali veri. Professionisti serissimi della rapina a mano armata.

La Banda degli ex presidenti.

Hanno fatto una caterva di colpi a Los Angeles, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90.

Precisi al millimetro, rapidissimi, senza il bisogno di uccidere.

In pratica, dei fantasmi. Che però rubavano montagne di dollari.


D’accordo, era solo un film.

Ma c’è un dettaglio che trascende la finzione: loro rapinavano senza mezze misure. Senza equivoci. Senza fraintendimenti. Senza bugie.

Non fingevano di fare altro. Facevano esattamente quello.


Possiamo dire lo stesso dei colletti bianchi?

I signori in giacca e cravatta che confezionano reati di criminalità finanziaria (aggiotaggio, truffa fiscale, bancarotta fraudolenta, ecc.) lo fanno alla luce del sole? Oppure c’è qualche dettaglio non dichiarato?

I colletti bianchi che sono nostri colleghi, parenti, amici, amici di amici, conoscenti alla lontana, fanno unicamente il loro lavoro?

O c’è dell’altro?


In fase legislativa, i rappresentanti politici colpiscono gli ‘spacciatori di mala-economia’ con la stessa fermezza con cui colpiscono gli spacciatori di cocaina? (cit. Gian Antonio Stella)

In fase divulgativa, i responsabili dell’informazione si prodigano per l’imparzialità e la veridicità della notizia o riversano inchiostro digitale che qualcuno leggerà per essere ‘aizzato’ e poi ‘addormentato’?


E i cittadini perbene – cioè io e te – cosa pensano della criminalità? Chi sono, per noi, i criminali?

E quanti livelli ci sono di criminalità? Quanti livelli accettiamo che ci siano?

Solo uno? Di un solo colore? Con un accento non italiano?


E noi siamo colombe innocenti?

Noi – che fino a prova contraria siamo proprio i cittadini perbene – ci comportiamo sempre alla luce del sole?

Tutto quello che facciamo è esattamente quello che diciamo di fare? O ci capita di sconfinare anche nel ‘diversamente legale’?

Ci hanno fatti bravi per sempre? Siamo talmente fortunati da avere un’automatica propensione all’innocenza? O ci servono, ogni tanto, dei corsi di aggiornamento in materie quali educazione civica, etica, legalità, rispetto profondo delle diversità?

Ok. Per oggi, domande finite.


“Noi non ci battiamo per i soldi. Noi ci battiamo contro il sistema. Quel sistema che uccide lo spirito dell’uomo. Noi siamo l’esempio per quei morti viventi che strisciano sulle autostrade nelle loro infuocate bare di metallo. Noi dimostriamo con la nostra opera che lo spirito dell’uomo è ancora vivo.”
Bodhi (leader Banda degli ex presidenti)

Il responsabile

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C’è un tizio che mi perseguita da diversi anni.

Ha la capacità di farmi stare male, usando semplicemente il pensiero.

In certi momenti, invece, riesce a farmi stare bene.

E a volte, addirittura benissimo.


Questo tizio sa che le sue azioni ricadono anche su di me, in positivo e in negativo. Eppure, talvolta, agisce senza preoccuparsene.

Lui decide praticamente tutto. Io taccio, ma poi i suoi pentimenti li dobbiamo ‘condividere’.

A volte, addirittura, non accetta consigli. Ma poi le conseguenze le dobbiamo ‘condividere’.

Quest’uomo è responsabile anche della mia felicità, ma ci sono momenti in cui sembra davvero fregarsene.


Ha passato ogni istante della sua vita a credere di essere me. Follia.

Ha creduto di essere immortale, di non provare dolore, di non aver bisogno di affetto. Ingenuità allo stato puro.

In certi frangenti, ha pensato di superare le avversità fingendo che non esistessero. Ma come uno stolto, si sbagliava in pieno.

Ha avuto paura di non farcela, ma non me l’ha mai confessato. Anche dopo avercela fatta.


Basta, ho deciso.

Domani lo affronto e ci faccio due chiacchiere.

P.S. Il tipo è questo qui.

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Ichijin (folata di vento)

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Il garage aveva bisogno di una ripulita

e la porta difettosa andava per forza cambiata.

Non avevo baciato mia moglie, quella mattina,

e non avevo giocherellato con Egon, il mio golden retriever.

Il libro avevo appena cominciato a scriverlo, pensa,

e quei jeans fighissimi li avevo appena comprati.

Le vacanze non le avevo prenotate in anticipo, stavolta,

e mio fratello sarebbe venuto a trovarci a Natale.

L’ultima volta ti avevo salutato di fretta

e, scusami, non ti avevo più scritto per quel progetto.

Mio figlio mi aveva spiegato il significato di “friendzonare”

ma non avevo avuto il coraggio di indagare oltre.

Avevo appena cominciato a bere il caffè senza zucchero, giuro,

e mi ero da poco interessato al Brazilian Jiu-Jitsu.

Avevo scoperto come togliere le spunte blu di WhatsApp

e forse, ma dico forse, mi sarei tagliato i capelli.

Enrico Chiari

Come risultare insignificanti

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Se abbiamo una vita sociale o, comunque, se ogni tanto usciamo di casa, ci sono alte probabilità di generare un’influenza sull’esterno.

Questa va da pessima a eccellente. Con varie sfumature in mezzo.

Agli occhi di chi ci guarda, c’è un ottimo metodo per risultare – a prima vista – insignificanti.

O quanto meno, c’è un ottimo metodo per NON sprigionare elementi di originalità.

La foto in alto lo racconta benissimo.

Le istruzioni sono semplici.

  • Tenere lo smartphone (acceso) tra le mani.
  • Portarselo vicino agli occhi (oppure inclinare il collo di 45° circa).
  • Canalizzare lo sguardo sul display, per un periodo di tempo indeterminato.
  • Usare le dita per far scorrere la videata o cliccare sulle icone preferite.

A questo punto, la missione è compiuta.

Agli occhi di chi ci guarda, risulteremo:

  • avulsi dal contesto.
  • completamente rapiti da quell’oggetto.
  • presenti sul luogo con il corpo (sul resto, non può garantire nessuno).
  • poco reattivi agli stimoli esterni.
  • tendenzialmente pericolosi per noi stessi, soprattutto se utilizziamo l’oggetto mentre siamo in movimento.

Poi, ci sono anche modi per risultare meno insignificanti. O forse interessanti. O addirittura affascinanti.

Nessun segreto o rivelazione mistica: proprio niente di nuovo.

Semplicemente una storia antica.

La foto in basso la racconta benissimo.

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foto: www.diegozilla.com | www.renatoalves.com.br

20 domande per il tuo 2018

More questions, please.

Non sono per nulla originale, ma ho notato un dettaglio.

All’aumentare della qualità delle domande che mi pongo, aumenta la qualità delle mie risposte. E all’aumentare della qualità delle mie risposte, aumenta la volontà di mettere in atto azioni congruenti.

Azioni che cambiano destini.


L’anno scorso ti avevo fatto queste 20 promesse.

Per quest’anno, invece, ho pensato di regalarti 20 domande.

Che puoi usare come vuoi.

°°°°°°°°°°°°°°°

  1. Se il 2018 fosse davvero l’anno di svolta della tua vita, ne stai preparando le pre-condizioni?

  2. Hai il desiderio di conoscere persone nuove o sei già “a posto così”?


  3. Hai lasciato la porta aperta per qualche domanda introspettiva?


  4. Sei pront@ a scrivere sul foglio quel tuo obiettivo primario o lo lascerai solo fluttuare nella mente?


  5. Pensi di trovare la voglia di leggere almeno un libro in più del 2017?


  6. Hai intenzione di dedicare tempo di qualità a te stess@, o pensi che lo troverai “se proprio capita”?


  7. Vuoi generare emozioni positive per te stess@, o le vivrai “se proprio capita”?


  8. Nella velocità frenetica dei tuoi impegni, sei pront@ a fermarti almeno una volta (proprio fermarti fisicamente)?


  9. Sei pront@ a manifestare affetto autentico a qualcuno senza preoccuparti della sezione “giusto o sbagliato”?


  10. Hai considerato l’ipotesi di mettere in discussione un’abitudine del tuo quotidiano?


  11. Sei pront@ a fare una cosa (anche solo una) che ti fa paura?


  12. Hai già scoperto tutti i tuoi talenti o potrebbe esserci spazio per qualche novità?


  13. Potendo sceglierne solo una: vuoi imparare a fare qualcosa di nuovo o migliorare qualcosa che sai già fare?


  14. Sei pront@ a smettere di fare qualcosa che col tempo è diventato obiettivamente prescindibile?


  15. Stai considerando l’ipotesi di perdonare incondizionatamente qualcuno che ti ha fatto soffrire?


  16. Hai voglia di prenderti la responsabilità dei tuoi sentimenti?


  17. Sei pront@ a rischiare di prendere una decisione diversa da quello che gli altri si aspettano?


  18. Sei pront@ a sostituire una lamentela con un “grazie” per quello che hai (anche se nessuno ti sta ascoltando)?


  19. Te la senti di lasciarti commuovere senza preoccuparti delle ‘recensioni’ degli altri sulle tue lacrime?


  20. Te la senti di rischiare di essere felice, per motivi apparentemente semplici?

16 persone che mi ispirano

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In questo 2017, che sta per finire, ci sono diverse persone che mi hanno ispirato. Persone che ho incontrato lungo il cammino o che ho imparato a conoscere più a fondo.

Ispirare letteralmente significa ‘instillare nell’animo un pensiero, un affetto, un disegno’. Oltre che ‘infondere virtù divinatoria’.

Con queste 16 persone, a me è successo davvero.


LUCA VIVAN

Luca ha una qualità divisa in 3 parti: pensa prima di parlare, osserva prima di raccontare e scrive in modo splendido.

Blogger, storyteller e trainer, con diversi progetti esperienziali e formativi tra le mani. Uno di questi, creato assieme a me (Raccontami un po’). Questo è il suo sito.

ALICE PREO

Il dono di Alice è stupendo: sa quale professione la rende felice.

È istruttrice certificata del programma Baby Signs, che insegna ai genitori alcuni strumenti per comunicare coi propri figli, prima dell’uso della parola. Robe da 21° secolo.

GIUSEPPE CARLETTI

Il dono di Giuseppe è quello di pensarsi (e di agire nella comunità) in consapevole relazione con l’altro. Non ho mai incontrato una persona come lui.

Presidente dell’associazione culturale Ubik Art, da anni lavora su diversi progetti ad impatto sociale positivo. Questo il sito della sua creatura: Rigenera Social Innovation.

FLAVIA ROSSETTI

Flavia è una di quelle persone che non riesce a rimanere indifferente.

L’ho conosciuta partecipando alla creazione del progetto di rigenerazione urbana Oltre il Giardino. Ora la sua attenzione è rivolta alla questione dei diritti umani dei migranti, a Pordenone.

Il gruppo libero di cui fa parte è Il ballo della scrivania.

LISA MORAS

Lisa ha un potere divino. Vive, fa, crea, porta in scena e insegna il teatro.

È direttrice artistica della dell’associazione culturale di teatro più effervescente e innovativa (parere mio) di Pordenone: Speakeasy Teatro Off.

TIZIANA MARCHESE

Il dono di Tiziana è la gentilezza applicata alla determinazione dell’azione.

Si impegna in progetti di supporto a economia solidale e circolare, artigianato locale, agricoltura naturale, valorizzazione di spazi urbani.

È facile trovarla nel più accogliente spazio di coworking (parere mio) del pordenonese: Mod-o.

GREGORIO CECCONE

Gregorio è l’incarnazione di quella che per me è la necessaria innovazione educativa.

Formatore ed educatore sui nuovi media e sulla comunicazione digitale. Si porta dietro umiltà a tonnellate.

Questo il suo sito.

ALBERTO CANCIAN

Il dono di Alberto è l’amore per il viaggio, l’esplorazione e la condivisione.

Per progetti di volontariato e di ricerca personale, ha vissuto sia in America Latina che in Asia. Modera incontri socio-letterari, ha fondato il progetto PordenoneViaggia e da poco  collabora nel programma televisivo Il mondo insieme.

Lo trovi qui.

ROSSELLA PIN

Il dono di Rossella è il sorriso instancabile, abbinato alla grande competenza in quello che fa e alla passione per la crescita personale.

È coach, mentor e trainer, con una lunghissima esperienza nella gestione e formazione di risorse umane. Fondatrice e presidente dell’Associazione Italiana Mentoring.

La trovi qui.

PAOLA ZAGO

Credo che Paola (per altruismo, determinazione e sensibilità), venga da un altro pianeta. Ha superato diverse ‘burrasche’, profonde quanto il suo sguardo. Ed è ancora qui.

Svolge la professione di counselor-operatore integrativo e gestisce lo spazio RCT Studio.

La trovi qui.

SIMONE BARDELLA

Simone è un po’ l’outsider di questo gruppo. E di sicuro, quando leggerà il post, dirà “Ma io cosa c’entro?”.

Un viaggiatore puro: sorriso, zaino e strada davanti. Uno che ha veramente il coraggio di provare…quello che gli fa paura. Questa estate si è fatto i Balcani in bicicletta. Da Trieste ad Istanbul. Epico.

In questo momento si trova in Laos (ci è andato in aereo, però).

ANDREA BRAVIN

Il dono di Andrea è quello di non essere un ‘prenditore’, ma un imprenditore umano.

Titolare dell’azienda Cominshop, al cui interno quest’estate ha creato ARTU.

Uno spazio pensato per la creatività e la libertà di espressione, secondo un congruente percorso di identità e valorizzazione.

SIMONE MANTOVANELLI

Simone è un essere umano. Al 100%, non al 99%. Umile, curioso, aperto al dialogo.

Formatosi in Scienze Motorie, svolge la professione di naturopata e kinesiologo. Assieme alla compagna Martina (che fa la stessa professione), ha da poco creato un strumento di lavoro innovativo ed estremamente coerente con i loro valori: il Metodo Prust.

FRANCESCO FACCHINI

Francesco è acqua fresca di montagna, anche se ti trovi in pianura.

L’ho voluto fortemente conoscere, partecipando a un suo corso di mobile video-making. Stando a quanto dice Google, è al momento uno dei più grandi esperti in Italia di Mobile Journalism, su cui sta creando diffusione di vera cultura e applicazione condivisa.

Collabora con l’Università IULM e il suo sito lo trovi qui.

ILARIA MAGAGNA

Il dono di Ilaria è di avere una saggezza e un’umanità accomunabili in 4 o 5 vite. Raramente ho incontrato una donna così forte.

All’interno del team di Comunitazione, fa uno dei lavori più belli al mondo: la facilitatrice di processi partecipativi nelle comunità.

Missione: innovare le tecniche di comunicazione odierne, per avvicinare il mondo della formazione al miglioramento delle relazioni interpersonali e spingere le persone ad agire come comunità nel superamento del conflitto.

IRENE CHIARI

Nessun caso di omonimia: è proprio lei. Irene è mia sorella ed è una persona che mi ispira in grande quantità.

Studentessa di Medicina, a Trieste. Da quest’anno è diventata una ‘cittadina sociale’, che si batte per la cessazione dell’inquinamento provocato dalle attività a ciclo continuo della Ferriera di Servola. Sostiene, senza farne parte, il Comitato 5 dicembre.

Never give up.


Ovviamente, ci sono molte altre persone che conosco e che mi ispirano. Le tengo buone per un ulteriore post.

La leadership umanistica

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Giovedì 30 novembre ho avuto una grande fortuna. Non mi capita tutti i giorni di partecipare a un incontro (facilitato) sulla leadership umanistica. Per di più, in un contesto aziendale.

Eravamo in 14 all’interno di ARTU, spazio creativo realizzato quest’anno dall’azienda COMIN di San Quirino (PN). Imprenditori, imprenditrici, consulenti, mediatori e operatori sociali: tutti accomunati da un’evidente curiosità, una volontà di condivisione e una ricerca di innovazione pratica.

Io ero lì perché alcune occasioni “me le vado a cercare”. Avevo conosciuto il titolare dell’azienda, Andrea Bravin, lo scorso giugno durante un convegno. Da lì, abbiamo semplicemente mantenuto i contatti.

Il suo merito è stato quello di organizzare un incontro (già il secondo di questo tipo) per aggregare professionisti dell’imprenditoria locale, in una chiave di condivisione attiva di idee, progetti e buone pratiche già in uso.

L’incontro è stato facilitato ottimamente dallo stesso Bravin, da Filippo Vanoncini e da Eleonora Ceschin. Ed è stato caratterizzato da 4 fasi:

# Connessione

L’inizio è stato pensato in modo da darci l’opportunità di far emergere l’aspetto personale, ancor prima di quello professionale.

La presentazione, ovviamente in cerchio, ci ha permesso di raccontare qualcosa di “noi”, della nostra “professione” e del “perché” eravamo lì quel pomeriggio.

# Focus

Abbiamo concentrato un’esposizione sintetica dei progetti sui quali stiamo lavorando e delle buone pratiche che stiamo attuando o che vorremmo attuare, nei contesti lavorativi.

Da lì, ci siamo divisi equamente in due gruppi di lavoro: ‘Relazione umana’ da una parte, ‘Open innovation’ dall’altra.

# Esperienza

Le due sessioni, in contemporanea, hanno fatto emergere testimonianze professionali vissute dai partecipanti. Ci siamo focalizzati sulla consapevolezza del cambiamento necessario, sulle nuove abitudini attuate e sulle buone pratiche da continuare a sostenere per un “benessere effettivo”.

# Debrief

Nell’ultima fase, nuovamente riuniti in cerchio, abbiamo sintetizzato quello che era emerso e lo abbiamo inserito in una mappa di facilitazione visuale, volta a dare chiarezza e continuità.

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Io non sono un imprenditore. Non ancora, per lo meno.

Ma se guardo i miei interessi e le esperienze che sto facendo, la leadership umanistica non può che affascinarmi.

Prende spunto dall’economia civile di Antonio Genovesi, dall’umanesimo imprenditoriale di Adriano Olivetti (che ha caratterizzato la rinascita italiana del secondo dopo guerra), dalla psicologia umanistica di Carl Rogers (che ha messo l’uomo al centro di una visione non meccanicistica e deterministica) e dalla mediazione umanistica di Jacqueline Morineau (dove la forza dell’incontro e del riconoscimento superano la prova dell’odio e della rabbia).


La grande occasione che ho avuto è stata quella di poter ascoltare e partecipare. Essere lì, assieme ad alcuni professionisti d’impresa della realtà in cui vivo.

Un grazie sentito ad Andrea Bravin, per un’esperienza da alimentare, ripetere e implementare.

Raccontarsi è distinguersi

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 Molti di noi vivono storie nel proprio quotidiano, pronte a diventare racconti emozionanti. Ma questo non succede, perché non sanno più come si racconta.


Negli ultimi 3 anni ho agito per attrazione.

Molta della mia energia e della mia attenzione l’ho indirizzata alla comunicazione.

Public speaking, scrittura creativa, racconto emozionale, capacità di sintesi, linguaggio del corpo, colori della voce. Soprattutto all’interno di dinamiche di gruppo, che includono conversazioni, sentimenti, bisogni.

La mia voglia di imparare si è stretta affettuosamente alla mia voglia di esprimermi. Così, ho visto e ascoltato le parole. Ma soprattutto, le ho vissute più intensamente e più consapevolmente rispetto a quando andavo all’università.


Ho ‘afferrato’ alcune linee di pensiero su una piccola verità costante: la persona indirizza la propria esistenza cominciando dal conoscere quello che è, che sente e che vuole. E poi, da quello che racconta a se stessa.

Noi crediamo a quello che ci diciamo. Molto spesso, senza alcun dubbio.

E fa sorridere quando ancora non ammettiamo di avere le ‘voci interiori’. Le abbiamo tutti quanti.


Un problema persistente è che le voci interiori rimangono tali.

Cioè tendiamo a leggere solo con gli occhi (che non è reato, ma la voce non si sente). Non diciamo sempre quello che pensiamo davvero (anzi…) e non parliamo mai da soli (pensando che sia una ‘roba da matti’).

Raccontiamo poco di noi. O per lo meno, poco di originale. A volte perché non sappiamo più come si racconta, a volte perché non riusciamo proprio a ‘vedere’ le storie. Quelle ancora da scrivere, quelle che viviamo nel quotidiano.

Ci scorrono via. Non siamo in grado di scrutarle e di dare loro un inizio (tipo ‘C’era una volta’), un tono, una sfumatura, una numerazione, un cambio di ritmo, un flashback.

Quando riusciamo a farlo, non c’è sempre spazio per le emozioni. Le nostre.

Allora apriamo parentesi (che non sempre si chiudono). Oppure facciamo viaggiare le parole come treni ad alta velocità.

Se poi lo sguardo è spento e il corpo rimane rigido, il fascino ci abbandona definitivamente.

Probabile feedback di chi ci ascolta?

Storia prescindibile.

Ecco, è tutto qui.

È per questo che, assieme a Luca Vivan, ho deciso di far nascere Raccontami un po’: progetto formativo che svilupperemo, in forme diverse, nel 2018.

Sulla base di un pensiero-chiave.

In un’epoca in cui possiamo distinguerci grazie alle nostre capacità e alle nostre storie, smettere di raccontare è una strada pericolosa.

L’utilità invisibile della sconfitta

resizer13.11.2017, Italia-Svezia 0-0. L’Italia non si qualifica per il campionato mondiale 2018.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.

Pier Paolo Pasolini


Ma perdere, serve? Ha una sua invisibile utilità?

Per cominciare: se perdere non servisse, non scriverei questo post.

Gli inni nazionali non avrebbero ragione di essere fischiati. Nessuna ragione.

A quel punto, accetteremmo la sconfitta come evento naturale. Anzi, a volte, sarebbe una specie di medicina.

Metteremmo in conto l’errore del singolo, quello del gruppo, la serie di errori, la buona sorte che non ci ha accarezzato.

L’inferiorità rispetto all’avversario sarebbe una delle possibili cause di un risultato sgradito.

Inclusa. Totalmente inclusa nel computo di un gioco dove ‘uno vince, l’altro no’.


A quel punto, risulterebbe persino necessario toccare il fondo.

Trovarsi nel punto più basso di una storia sportiva, mentre si sentono echi di festeggiamenti altrui.

Una volta lì, nel buio, sentiremmo il freddo entrarci nelle ossa. Il freddo della delusione sportiva.

Poi, potrebbe capitare una cosa assurda: quella sembrerebbe la migliore posizione per tornare a spingere verso l’alto.


Lì, succederebbe qualcosa a cui non siamo abituati.

Le responsabilità verrebbero prese per davvero, affiancando le cariche, i titoli, gli onori, le cronache, le interviste.

Dopo sconfitte cocenti o cicli conclusi, si lascerebbe il posto a qualcun altro. Con una naturalezza congenita.

Ripartendo, le persone ai vertici verrebbero selezionate secondo criteri meritocratici. Non sarebbero nominate come burattini, per coltivare interessi privati.

Ci sarebbero anche donne. Non soltanto uomini, con immaginari meriti di sesso.

Quelle persone sarebbero competenti, credibili e professionali. Essenziali per un progetto condiviso e privi dell’ambizione di ritenersi indispensabili.

La progettazione a lungo raggio diventerebbe la norma e nessuno (ripeto, nessuno) si sognerebbe di vincere senza progettare un successo nei dettagli.

La pazienza e la perseveranza sarebbero caratteristiche costanti.


Poi torneranno le partite.

E gli avversari più forti di noi…continueranno a batterci. Non sempre, ma spesso sì.

A noi roderà terribilmente il c**o, ma sapremo di essere sulla strada giusta.

Passeranno i mesi e pure gli anni. Tanti. Anche tantissimi.

Poi, d’un tratto, qualcuno farà un’uscita assurda: “Perché non potremmo tornare a vincere un campionato del mondo?”.

Quella domanda sarà così assurda che inizieranno a farsela in molti.


Da lì in poi, le gambe dei giocatori risponderanno. E il cuore pure.

Il campo darà il suo consenso e così tornerà a succedere.

Col sudore del merito.