Siamo quello che postiamo

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“Noi siamo quello che mangiamo”
Ludwig Feuerbach

Feuerbach non aveva Facebook.

Per carità, ci ha preso in pieno con quel pensiero lì. Però non aveva Facebook.

Quindi non potrebbe capire che noi, oggi, siamo anche quello che postiamo. Ciò che emettiamo digitalmente.

A volte senza filtri. A volte, coi filtri un po’ usurati.

°°°

Sul social network con la “effe” ho 567 amici. Amico, si sa, qui è una parola comoda per dire “persona che ha chiesto o accettato di rimanere in contatto dietro a uno schermo”.

Ma questo è un altro discorso.

Bene. Ogni mio amico su Facebook, volente o nolente, appartiene a un insieme. Ci è finito, ripetendo nel tempo una serie di pubblicazioni con un minimo comun denominatore.

Ne elenco 11.

Sperando sinceramente che nessuno la prenda sul personale. Non avrebbe neanche senso, considerando l’ultimo degli undici.


  1. LODIO

Affetti da una malattia terribile: l’odio, detto anche lodio (nella foga di scrivere contro ‘un mondo che non va’). Il loro utilizzo della notizia è volto scientificamente a seminare parole violente, insulti e auguri di sventure precoci agli altri. Se un giorno la notizia non c’è, ce la si inventa.

  1. REVOLUCIÓN

I ribelli esistono ancora e la rivoluzione è in atto. A differenza degli haters acidi, si indignano per davvero contro le ingiustizie quotidiane. Non per scherzo. Solo che il mezzo di rivoluzione è ancora un indice (un po’ unto) che pigia lettere sullo smartphone.

  1. SENTIERO SPIRITUALE

Mistici, figli dei fiori, tendenzialmente abitanti di una dimensione eterea. Ogni post è luce, natura, risveglio, pace. Ogni parola è una carezza. Ogni azione sulla terra pare…rimasta impigliata in aria.

  1. COCCODRILLI

Chi si piange addosso. Spesso. Usano mantra come ‘mai una gioia’ o ‘anche oggi, si festeggia domani’. Dicono a Facebook che parteciperanno agli incontri per ‘single disoccupati con l’alito cattivo’ in città come… Rovigo. Non è vero. Ma intanto, un’altra auto-lacrimuccia è già scesa sul volto.

  1. KODAK

I nostalgici della fotografia analogica, inserita a forza nei sistemi digitali. La loro è una comunicazione basata sulle foto. Sfocate, storte, scure, a tratti psichedeliche. Con obiettivi, esposizioni e tonalità condizionati dall’effetto della caduta di un asteroide lì vicino.

  1. AUTOSCATTO

Il selfie una volta si chiamava autoscatto. E la gente lo faceva già, prima che si chiamasse selfie. Non ogni giorno, certamente, ma ogni tanto sì. I livelli di narcisismo registrati da queste parti hanno un’autostima roboante. Lo slogan ‘metterci la faccia’ non era mai stato preso tanto alla lettera.

  1. FOOD MOOD

Il settore food è la passione digitale di questi ‘testimoni del cibo’ del ventunesimo secolo. Immagini di piatti d’ogni genere, colmi e invitanti, affiancati da birrozze o vinelli da sbronza galoppante alle due di pomeriggio. Ci si augura che poi, il food, venga anche ingerito.

  1. ORECCHIO FINO

Musicisti, ex musicisti, DJ, ex DJ, organizzatori di eventi musicali, tecnici audio. Insomma, gli ‘orecchi fini’. La loro musica è incontestabilmente superiore a quella degli altri. Qualche divinità ha donato loro il segreto della melodia perfetta. Per pensarlo (davvero), bisogna strafarsi di musica buona.

  1. GRUPPO RAPERONZOLO

Elitari, non sempre per scelta. Sono in cima alla torre, con Raperonzolo. Parlano in codice e si capiscono in gruppi non superiori a quattro/cinque unità. Usano hashtag criptati e GIFS animate un po’ vintage, che ovviamente comprendono solo tra di loro.

  1. INTELLIGHENZIA

Puristi. E intellettuali da diverse generazioni. Hanno capito molto di molte cose e continuano sorprendentemente a farlo. Scrivono col guantino bianco su politica, economia, educazione, diritti sociali. Nei riscontri elettorali, si attestano tra lo 0,01 e lo 0,02%.

  1. QUELLI COME ME

Quelli come me, proprio come me. Quelli che per anni hanno criticato Facebook e i social media, rifiutando come la peste un’evoluzione tecnologica che stava per farci scomparire da qualche circolo comunicativo. Poi un giorno (all’estero) hanno provato l’ebbrezza di aprirsi un account. E si sono accorti che, per chi ama scrivere e condividere, tutta sta roba non era così male.

photo: Ed Gregory
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