Raccontarsi è distinguersi

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 Molti di noi vivono storie nel proprio quotidiano, pronte a diventare racconti emozionanti. Ma questo non succede, perché non sanno più come si racconta.


Negli ultimi 3 anni ho agito per attrazione.

Molta della mia energia e della mia attenzione l’ho indirizzata alla comunicazione.

Public speaking, scrittura creativa, racconto emozionale, capacità di sintesi, linguaggio del corpo, colori della voce. Soprattutto all’interno di dinamiche di gruppo, che includono conversazioni, sentimenti, bisogni.

La mia voglia di imparare si è stretta affettuosamente alla mia voglia di esprimermi. Così, ho visto e ascoltato le parole. Ma soprattutto, le ho vissute più intensamente e più consapevolmente rispetto a quando andavo all’università.


Ho ‘afferrato’ alcune linee di pensiero su una piccola verità costante: la persona indirizza la propria esistenza cominciando dal conoscere quello che è, che sente e che vuole. E poi, da quello che racconta a se stessa.

Noi crediamo a quello che ci diciamo. Molto spesso, senza alcun dubbio.

E fa sorridere quando ancora non ammettiamo di avere le ‘voci interiori’. Le abbiamo tutti quanti.


Un problema persistente è che le voci interiori rimangono tali.

Cioè tendiamo a leggere solo con gli occhi (che non è reato, ma la voce non si sente). Non diciamo sempre quello che pensiamo davvero (anzi…) e non parliamo mai da soli (pensando che sia una ‘roba da matti’).

Raccontiamo poco di noi. O per lo meno, poco di originale. A volte perché non sappiamo più come si racconta, a volte perché non riusciamo proprio a ‘vedere’ le storie. Quelle ancora da scrivere, quelle che viviamo nel quotidiano.

Ci scorrono via. Non siamo in grado di scrutarle e di dare loro un inizio (tipo ‘C’era una volta’), un tono, una sfumatura, una numerazione, un cambio di ritmo, un flashback.

Quando riusciamo a farlo, non c’è sempre spazio per le emozioni. Le nostre.

Allora apriamo parentesi (che non sempre si chiudono). Oppure facciamo viaggiare le parole come treni ad alta velocità.

Se poi lo sguardo è spento e il corpo rimane rigido, il fascino ci abbandona definitivamente.

Probabile feedback di chi ci ascolta?

Storia prescindibile.

Ecco, è tutto qui.

È per questo che, assieme a Luca Vivan, ho deciso di far nascere Raccontami un po’: progetto formativo che svilupperemo, in forme diverse, nel 2018.

Sulla base di un pensiero-chiave.

In un’epoca in cui possiamo distinguerci grazie alle nostre capacità e alle nostre storie, smettere di raccontare è una strada pericolosa.

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