Thank you Mr. Martin

FrankMartin

Devo ringraziare Frank Martin.

Classe 1966. Nato a Miami, Florida. Coach di basket dei South Carolina Gamecocks.

Lo devo ringraziare perché mi ha riappacificato con l’assertività.

In una recente conferenza stampa, ha tirato una silurata di schiettezza verso la trasversale sottocultura sportiva dei ‘bollenti squilibrati’.

Comunemente detti: genitori schizzati.


Lo devo ringraziare anche perché ha il coraggio di dire quello che andrebbe detto.

A chi? A quei migliaia di invasati che distruggono il divertimento dei propri figli, in nome di un ego frustrato e traslato con modalità laceranti.

A quei pazzi furiosi (alti, bassi, grassi, magri, nordisti, sudisti) col chiodo fisso. Il sogno di condurre i propri figli o le proprie figlie verso le vette dei successi sportivi.

Gente cresciuta a ‘pane e tuo figlio è speciale’.

Gente che ha creduto realmente a frasi tipo ‘tua figlia diventerà una stella’.

Squilibrati. Squilibrati che incitano con parole da carboni ardenti e protestano con termini al cianuro.


Come te, ne ho visti tanti anche io. Purtroppo.

Speravo che prima o poi si estinguessero. Invece…si sono moltiplicati.

Continuano a ‘inquinare’ l’innocenza dei figli. Quella che dovrebbe accompagnare un giovane nell’esperienza con la cosa più bella al mondo (dopo l’amore).  Lo sport.


Per tutto questo, grazie ancora Mr. Martin.

Grazie per aver riposto l’attenzione sui ruoli.

Sui confini socio-professionali.

Sul rispetto.

Sull’educazione.

Sulla non importanza primaria della vittoria sportiva.

Sull’integrità.


Caspita.

Una semplice conferenza stampa, che riverbera già nella storia dell’assertività.

Parole che sembrano sberle. In realtà sono carezze sincere.


Questo è l’intervento originale.

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2 pensieri su “Thank you Mr. Martin

  1. Andrea Trombin Valente ha detto:

    Quando avevo 14 anni, caso ha voluto che fossi 20 centimetri più alto dei miei coetanei e che mi piacesse il decathlon (una sola disciplina mi annoiava), per cui ero considerato “una promessa dell’atletica”. A un certo punto, ho cominciato a saltare gli allenamenti perché non mi divertivo più. Ho chiesto al mio coach se potevo continuare ad allenarmi, ma non andare a fare la gare, perché a me di vincere non importava e anzi non mi piaceva trovarmi in competizione. Prima c’è stata una scena di panico e di occhi fuori dalle orbite. Poi è arrivato il giudizio: è questo che succede quando i genitori non sostengono i propri figli (ero l’unico che non aveva il papà a fondo pista a urlare come un forsennato per “motivarmi” a stracciare la concorrenza).
    Forse gli squilibrati sono tali perché la nostra società è squilibrata? Così, domanda.

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    • Enrico Chiari ha detto:

      Andrea, la tua è una bellissima storia di…sfigataggine. Penso che nessuno vorrà mai farci un film. 🙂 La tua domanda finale è potente e spietata. Non ce l’ho la risposta secca, ma ho la risposta per me. Sì, questa società è squilibrata. Lo è dal momento in cui, in larga misura, non considera la non competizione. Ed epidermicamente, non accetta la sconfitta. #PerdentiCronici

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