Not on the CV

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Il CV.

Detto anche curriculum.

Detto anche ‘pezzo di carta clamorosamente sopravvalutato’.

Detto anche ‘non serve a nulla, se non racconta nulla’.

Detto anche ‘distinguiti dalla massa, non copiare pari pari le keywords di tuo cugino’.


Ok, dicevamo…il CV.

Un mix compatto che contiene la lista di ciò che abbiamo studiato, frequentato, imparato, esperito, provato, fatto, concluso, ecc.

Un mix che dovrebbe aiutarci a trovare lavoro (ma no, santa polenta: siamo NOI che ci aiutiamo a trovare lavoro).


Il CV, ad oggi, non sappiamo esattamente se serva ancora.

Quelli che fanno business d’alto livello ormai lo considerano un souvenir.

Quelli che il lavoro ce l’hanno da tempo, non si ricordano neanche più cosa sia.

Quelli che il lavoro lo bramano e hanno contratti che scadono ogni 3 mesi, lo trattano come un totem.


Ma anche no. Non sempre.

Perché nella pratica, succede che ci sfuggano dei dettagli. Essenziali.

[spiego]

Mi è capitata sotto mano qualche decina di CV di donne e di uomini (non dirò come nemmeno sotto tortura).

Bene: il risultato non mi ha sorpreso affatto.

Non mi ha sorpreso perché a scuola ci insegnano tutto, ma non ci insegnano a fare un CV.

E se non lo impariamo a scuola, o lo impariamo per conto nostro, o chiediamo aiuto a qualche amicizia fedele oppure a 40 anni ci presentiamo – in cartaceo – come farebbe un dodicenne.


Purtroppo ho visto in serie:

Errori di punteggiatura con alta probabilità di denuncia (da parte della lingua italiana).

Informazioni obiettivamente inutili.

Senso dello spazio sul foglio da incubo.

Grandezza delle lettere da perderci la vista.

Scelta del font da film horror o da film francese che dopo 10 minuti dormi.


Ma soprattutto, ho visto le foto.

Ho dovuto vedere le foto.

O meglio, le foto hanno visto me che le guardavo.

E devono aver capito che non c’era attrazione fatale.

Perché in quelle foto, si vede tutta l’inconsapevolezza masochista del non sapersi presentare.

Il masochismo sta nella non professionalità trasmessa.

Purtroppo, se usiamo quelle foto, generiamo un unico immediato effetto: allontanare il potenziale selezionatore da noi.

E non è quello che volevamo.

La foto profilo è una. Quindi abbiamo una possibilità, non 57 (e questo vale anche per i meravigliosi social network).


Quindi, prima di imparare:

  • a ‘buttare giù su carta’…
  • a scegliere parole come fossero rose…
  • a decidere informazioni utili e meno utili…
  • a raccontare CHI siamo…
  • a trasmettere emozioni o almeno a provarci…
  • a essere fonti di originalità evidente…

scegliamo una foto che ci rispetti.

E ricordiamoci il valore immenso che abbiamo e che possiamo esprimere.

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Ricordarsi (anche) di vivere

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Ore 6.45: sveglia (anche se vorrei dormire ancora)

Ore 7.00: colazione (ma quanto ci mette il caffè a ‘salire’ stamattina?)

Ore 7.40: portare i bambini a scuola (li amo. Ma la fatica che ci vuole…)

Ore 8.00: andare nel posto dove passo gran parte delle mie giornate (detto anche ‘lavoro’)

Ore 8.00: andare nel posto dove mi guadagno da vivere

Ore 8.00: andare nel posto dove passo 5 giorni su 7 alla settimana

Ore 8.00: andare nel posto che non mi fa mai assaporare il gusto del lunedì mattina

Ore 8.00: andare nel posto dove trascorro circa 1/3 del tempo della mia vita

Ore 8.00: andare nel posto dove…


Ops, scusate.

Mi sono incagliat@ in un orario.

In un pensiero.

In un’abitudine.

In un disagio consapevole.

Anche in un senso di gratitudine per ciò che ho.


Ma soprattutto, mi sono incagliat@ in un desiderio.

Che bussa alla mia porta, da un po’ di tempo.

Che poi, è tutta colpa di una domanda.

Testarda, ricorrente, martellante.

Voglio ricordarmi (anche) di vivere, oltre a tutto quello che ‘bisogna fare’?

(‘ricordarsi di vivere’ sembra poesia, ma anche realtà…)

Voglio farlo PRIMA di tutto quello che ‘bisogna fare’ o soltanto se rimarrà del tempo?

Voglio, quindi, cambiare qualcosa?


Se la risposta è sì, la domanda successiva va sul ‘cosa’.

Potrebbe bastare la disposizione del tavolo in soggiorno.

Potrebbe anche essere – inarrestabilmente – qualcosa di più.

Di molto più alto.

O molto più profondo.


Ore 8.30: stacco, esco, vado a farmi una camminata. Poi mi fermo. E ascolto me.


Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale.

Karl Barth

9 domande per farmi assumere

pexels-photoPrima di fare i colloqui di lavoro con gli altri, ho preso l’abitudine di farli con me stesso.

Funziona così.

Ci sono 9 domande, che ho selezionato col tempo.

Di queste, ne scelgo tre. Pescandole a occhi chiusi.

Poi, se ne ho la capacità, rispondo.

Se almeno due di queste domande non hanno una mia risposta curiosa o sorprendente, l’esito è scontato.

Non mi assumo.


Potrebbe sembrare una cosa semplice farsi un colloquio di lavoro.

Già pensarlo, però, è un errore tremendo.

Una volta che abbiamo deciso di intraprendere quest’avventura, bisogna fare alcune piccole cose fondamentali.

Eccone alcune:

  • Non dare la sensazione di mendicare la posizione per cui ci si candida (il lavoro va attratto, senza dare l’idea di corteggiarlo troppo).
  • Guardarsi allo specchio mentre si fa il colloquio (come facciamo a valutarci se non ci guardiamo in faccia?).
  • Essere onesti con noi stessi (in quali passaggi possiamo migliorarci?).
  • Essere severi al punto giusto (se ci inceppiamo, nessun problema: qui possiamo ancora ricominciare).
  • Ascoltarsi veramente (il nostro tono di voce è congruente col messaggio che emettiamo?).
  • Far conciliare l’autenticità con la fluidità (tradotto: non sorridere in modo ebete, non fare battutine a caso, non fare citazioni che non conosciamo, mollare quella rigidità da neolaureati, andare al cuore – e non ai confini – delle tematiche).

In ogni colloquio con se stessi, c’è un dettaglio essenziale: prima delle risposte e dei modi di rispondere, contano le domande.

Se sei tu a farti un colloquio (in completa solitudine) le domande sono la vera sfida da superare. Perché nessuno te le contesterà mai.

A quel punto, se a quelle domande non saprai rispondere, sarai comunque tu a decidere se assumere o no.


Eccole qui.

Le mie 9 spietate domande preferite:

🎯 Quante persone nuove fai in modo di conoscere* ogni mese?

🎯 Che rapporto hai con il tuo divertimento?

🎯 Hai mai partecipato a un corso di formazione residenziale?

🎯 Quanto tempo riesci a resistere senza toccare il tuo smartphone?

🎯 Quando non capisci, di solito, chiedi oppure rimani in silenzio?

🎯 Il lunedì mattina, potendo scegliere in totale libertà, cosa faresti?

🎯 Riesci a concederti almeno un momento di meditazione al giorno?

🎯 Quanti libri leggi (dall’inizio alla fine) in un anno?

🎯 Sinceramente, sei una persona che vorresti incontrare?

*dal vivo o tramite videochiamata

Ti supplico di avere pazienza con ogni cosa irrisolta nel tuo cuore e cercare di amare le domande stesse come se fossero stanze chiuse o libri scritti in un linguaggio completamente sconosciuto.
Rainer Maria Rilke

21 argomenti con cui mi attrai

23 argomenti con cui mi attrai

A che diavolo servono i social network?

A inventarci vite da millantare tra contatti digitali?

O anche a svelarci un po’, per poi raccontarci per davvero?

Per davvero significa quando ci incontriamo nella realtà.

Quando stiamo insieme veramente.

Quando tra noi non ci sono schermi, né finti pollici all’insù, né emoticons che fungono da ‘tutori’ delle nostre emozioni.


Una tua opinione o un tuo racconto. Argomentati, espressi assertivamente, aperti veramente al dialogo.

Questi io cerco.

Questi sono per me ossigeno puro.

E così, oggi, ho deciso di denudarmi.


Per la prossima volta in cui ci incontreremo, ti dò 21 indicazioni per andare oltre il “ciao come stai?”.

Sono 21 territori dove giocare con il pensiero e le parole.

Se poi dovesse esserci pure un bicchiere di vino nelle vicinanze (e magari sarà anche primavera), la mia attenzione sarà ‘a tua disposizione’.


Storia (sintetica) di un viaggio che ti ha ‘trasformato’

Poesia fino al midollo (cioè molto prima dei versi scritti)

Valori e codici etici (quelli che hai scelto per te)

Filosofia (che ti ricordi di applicare alla realtà)

Psicologia (che ti ricordi di applicare alla realtà)

Storia delle religioni (astenersi scemenze)

Spiritualità, sciamanismo, esoterismo (qui astenersi religioni)

Storia del gioco del calcio (se possibile, emozioni incluse)

Comunicazione e public speaking (se possibile, no fuffa)

Marketing, neuromarketing, biomarketing (se possibile, etici)

Progetti di rigenerazione urbana nei quartieri (se possibile, no fuffa)

Facilitazione dei processi nei gruppi umani (teoria e pratica)

Permacultura e agroecologia (teoria e pratica)

Patrimonio artistico, paesaggistico, architettonico, gastronomico (italiano)

Strumenti di counseling, coaching, mentoring (se possibile, no fuffa)

Innovazione educativa per il XXI secolo (innovazione per davvero)

Futurologia (portami pure nel futuro)

Design thinking e organizzazioni TEAL (volando pure alto)

Racconto di come svolgi (con passione) la tua professione

Una storia (di vita vera) che ti va di raccontare

Senso per te della vita (se pensi ci sia) 

Thank you Mr. Martin

FrankMartin

Devo ringraziare Frank Martin.

Classe 1966. Nato a Miami, Florida. Coach di basket dei South Carolina Gamecocks.

Lo devo ringraziare perché mi ha riappacificato con l’assertività.

In una recente conferenza stampa, ha tirato una silurata di schiettezza verso la trasversale sottocultura sportiva dei ‘bollenti squilibrati’.

Comunemente detti: genitori schizzati.


Lo devo ringraziare anche perché ha il coraggio di dire quello che andrebbe detto.

A chi? A quei migliaia di invasati che distruggono il divertimento dei propri figli, in nome di un ego frustrato e traslato con modalità laceranti.

A quei pazzi furiosi (alti, bassi, grassi, magri, nordisti, sudisti) col chiodo fisso. Il sogno di condurre i propri figli o le proprie figlie verso le vette dei successi sportivi.

Gente cresciuta a ‘pane e tuo figlio è speciale’.

Gente che ha creduto realmente a frasi tipo ‘tua figlia diventerà una stella’.

Squilibrati. Squilibrati che incitano con parole da carboni ardenti e protestano con termini al cianuro.


Come te, ne ho visti tanti anche io. Purtroppo.

Speravo che prima o poi si estinguessero. Invece…si sono moltiplicati.

Continuano a ‘inquinare’ l’innocenza dei figli. Quella che dovrebbe accompagnare un giovane nell’esperienza con la cosa più bella al mondo (dopo l’amore).  Lo sport.


Per tutto questo, grazie ancora Mr. Martin.

Grazie per aver riposto l’attenzione sui ruoli.

Sui confini socio-professionali.

Sul rispetto.

Sull’educazione.

Sulla non importanza primaria della vittoria sportiva.

Sull’integrità.


Caspita.

Una semplice conferenza stampa, che riverbera già nella storia dell’assertività.

Parole che sembrano sberle. In realtà sono carezze sincere.


Questo è l’intervento originale.

Fai quello che ti spaventa

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Credo che ognuno di noi possa vincere la paura, facendo le cose che ha paura di fare.

Eleanor Anna Roosevelt

Potente! Un educato benservito a tutte le zone di comfort. Tutte quelle che non ci servono.

Un invito indiretto a essere audaci, partendo comunque dal primo gradino (non dal cinquantaduesimo…).

Questo pensiero di Roosevelt ha la forma di un cocktail semplicissimo nella sua schiettezza.

Fantastico nella teoria dei mondi sognati. Terrorizzante nella pratica delle realtà vissute.


Mi ha fatto ricordare di quando avevo paura di essere pronto.

Beh anche adesso ho paura di essere pronto. Solo che è molto diminuita. Cioè le sto dando meno importanza.

Una volta non mi davo il permesso di provare. Quasi per nulla.

I successi personali (ripeto: personali, non convenzionali) erano scarsi. Oasi nel deserto, per intendersi.

Se la mia vita era una storia da raccontare ai bimbi, il timore di sbagliare era l’antagonista.

Si frapponeva tra l’Enrico ‘già descritto in partenza’ e l’Enrico che voleva ‘diventare se stesso’.

E questo antagonista vinceva quasi sempre.


Una volta avevo paura di accettare l’inesperienza.

Come se tutti gli altri già sapessero. Già sapessero scegliere. Già sapessero fare.

Già arrivassero all’inizio, non al traguardo.

Seeeee, come no. Avevo fette di prosciutto sugli occhi e autostima con le gomme bucate.


Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato.

Ainda bem‘ dicono i portoghesi (meno male in italiano).

Sì, meno male. Perché oggi non mi sento ancora pronto a fare molte attività che intraprendo.

Per questo le faccio.

Le faccio perché adesso mi porto nello zaino un motivo. Una stella che mi rassicura e mi fa sentire non speciale.

NON speciale.

Il motivo è semplice: non ho tutto sotto controllo.

Faccio cose che mi spaventano perché, oltre la paura, ho un atteggiamento che continua a condurmi in luoghi impensabili.

Impensabili, per una mente solo razional-lineare.

Impensabili per una mente che si aspetta di trovare esperienza e certezza, all’inizio di una storia.

ph. Michele Vanzini

Le tre scuse tossiche

LE 3 SCUSETOSSICHE

Non ho mai visto un grande progetto germogliare, senza prima aver superato l’obiezione di una stupida scusa convenzionale.

Le pronunciamo di continuo.

Stanno all’inizio di molte nostre frasi. Oppure in mezzo. O anche alla fine, precedute da un “eh ma”.

Sono la fine che anticipa l’inizio. La rassegnazione disarmata. La paura che, invece di stimolare, addomestica e addormenta.


Le nostre affermazioni includono spesso tre scuse tossiche.

Tre frasi minuscole, in grado di annichilire le nostre idee creative e vivaci.

Nei casi peggiori, quelle affermazioni ammazzano addirittura le idee degli altri. E nel più tragico di tutti, bloccano veri e propri progetti in fase embrionale.

Bum!

[Sarebbe potuto essere. Ma non sarà.]

In questo, non c’è nessuno ‘smottamento dialettico’. Non c’è allarme. Non c’è dispiacere. Non c’è denuncia. Non c’è rancore.

Resta così com’è.


Le nostre frasi tossiche servono principalmente a tre scopi.

  1. A non imboccare sentieri sconosciuti (che non sono le ‘strade prese ad minchiam’).
  2. A non correre il rischio di sbagliare (che non è esattamente ‘fare una cazzata’).
  3. A non darsi la possibilità di migliorarsi (che è assai di più di ‘fare sacrifici’).

“È DIFFICILE”

La scusa tossica numero uno.

La nostra preferita, in assoluto.

Ripetuta come mantra. Peccato che siano mantra abbondantemente sbronzi.

Accompagna la constatazione che nella vita ci sono anche gli ostacoli. Ma fa scordare che, per raggiungere le cime a piedi, bisogna per forza camminare.

Smaterializza il ruolo dello sforzo e annienta l’utilità di tenacia, perseveranza, determinazione.

Questa scusa è smemorata.

Non si ricorda mai che la vita – senza problemi e imprevisti – sarebbe un viaggio noiosissimo. Una ciclopica rottura di maroni, dove non ce ne va storta una.


“CI VUOLE TEMPO”

La scusa tossica che vuole confutare contemporaneamente biologia, fisica e storia.

Ok, come dice qualcuno, forse il tempo non esiste.

Ok, come dice qualcun altro, forse il tempo non va sempre alla stessa velocità.

Questo tempo è una specie di fisarmonica, dove ci sono fenomeni che hanno la durata di una scintilla e altri che durano per secoli o millenni.

Questa scusa è presuntuosa.

Non accetta che ci sia un processo evolutivo nelle ‘normali cose umane’. Non tollera l’incertezza del futuro ambizioso. Vuole tutto o niente. Ma subito.


“CI VOGLIONO SOLDI”

La scusa tossica del coccodrillo.

Lacrime di rammarico, per una miseria ingiusta che ha scelto pochi (ricchi fortunati) e ha lasciato fuori tanti (poveri per sempre).

I soldi servono. I soldi aiutano. I soldi finanziano. I soldi permettono. I soldi garantiscono. I soldi costruiscono spesso il confine tra ‘fare un’esperienza’ e ‘imprendere’.

Ma i soldi non stanno sempre fermi. Alcuni girano.

Questa scusa è ignorante.

Perché, prima dei soldi, ci vogliono i progetti. I progetti si basano su idee. Le idee nascono dalle visioni.

E le visioni ce le hanno gli esseri umani. Non i coccodrilli.

Il socialista perdente

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Questo post racconta un frammento di storia.

Un frammento di storia che, sinceramente, mi fa male raccontare.

Mi fa male perché c’è dentro un pezzo della mia vita. Perché fa parte della mia vita.

Fa parte anche della vita dei miei genitori, di alcuni miei parenti, di alcuni miei amici, di donne e uomini straordinari.

Fa parte della vita di persone che stimo, perché si sono battute con coraggio in nome di ideali in cui credevano. Alcune di queste, si battono tuttora.

Ma la storia non ha un cuore. Non si impietosisce davanti agli ideali.


Questa storia parla sia di persone che conosco sia di persone che ho semplicemente ascoltato.

Parla della loro ufficiale estinzione politica.

Della loro cocciuta impreparazione alla mutevolezza della realtà.

Della loro testardaggine nel credersi intellettualmente superiori a chi la pensa diversamente.

Della loro presunzione di sentirsi in automatico dalla parte giusta (senza dubbio di errore).

Parla dei socialisti perdenti.


Il ‘socialista perdente’ ha un’idea portante: quella che i neoliberisti siano imbattibili nel gioco in cui contano ragione, giudizi, statistiche. Pertanto alla sinistra rimangono soltanto le emozioni.

Il ‘socialista perdente’ ha un sovraccarico di compassione e trova profondamente ingiuste le politiche correnti. Vedendo che il welfare state si sbriciola, corre in soccorso come può. Ma quando il gioco si fa duro, si piega alle tesi degli altri.

Il ‘socialista perdente’ dimentica che il vero problema non è tanto il debito pubblico, quanto le imprese e le famiglie sovraesposte. Dimentica che lottare contro la povertà è un investimento che ripaga con gli interessi. 

Il più grande problema del ‘socialista perdente’ non è che si sbaglia. È che è terribilmente noioso. Non ha una storia da raccontare. E se ce l’ha, non ha un linguaggio per narrarla.

Il ‘socialista perdente’ si è scordato che la storia della sinistra dovrebbe essere una narrazione fatta di speranza e progresso. 

Il più grave peccato del ‘socialista perdente’ è lo stesso della sinistra accademica, cioè essere diventato fondamentalmente aristocratico e scrivere in un gergo che rende vertiginosamente complesse le questioni semplici.

Quello che manca al ‘socialista perdente’ è, in fondo, l’ingrediente principale del cambiamento politico: la convinzione che ci sia davvero una strada migliore. Che l’utopia sia a portata di mano.

Da UTOPIA PER REALISTI di Rutger Bregman

Con affetto,

R.I.P. Sinistra del XX secolo.

Ci ritroveremo – in altre forme, con altri nomi e con altri linguaggi – più avanti.

I 10 comandamenti paradossali

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Sono passati 50 anni esatti da quanto Kent M. Keith – scrittore ed educatore americano – ha scritto i 10 comandamenti paradossali.

Un opuscolo pensato e realizzato per i leader degli studenti dell’Università di Harvard.

Una lista di suggerimenti per trovare la forza, anche quando la corrente è avversa o il tentativo diventa invano o l’ingiustizia sembra avere la meglio.


La cosa che trovo sorprendente è l’assenza di un accento politico, che non permette quindi di catalogarlo, collocarlo o schierarlo.

Si tratta di un manifesto umano, che parla alla persona. A tutte quelle persone che, nella vita, si troveranno in situazioni…di vita.


I 10 COMANDAMENTI PARADOSSALI

1. Le persone sono illogiche, irragionevoli ed egoiste. Amale comunque.

2. Se fai del bene, la gente ti accuserà di avere un secondo fine. Fai comunque del bene.

3. Il successo ti procurerà nemici veri e falsi amici. Abbi successo comunque.

4. Il bene che fai oggi verrà dimenticato domani. Fai comunque del bene.

5. L’onestà e la franchezza ti renderanno vulnerabile. Sii onest@ e franc@ comunque.

6. Anche i più grandi uomini e le più grandi idee possono essere ostacolati dagli uomini più piccoli con piccole menti. Pensa comunque in grande.

7. A parole la gente sta con i perdenti, ma poi segue solo i vincenti. Battiti comunque per i più deboli.

8. Ciò che hai impiegato anni a costruire può crollare in un istante. Scegli comunque di costruire.

9. Le persone hanno bisogno di aiuto, ma potrebbero attaccarti se gli offri una mano. Aiutale comunque.

10. Dà al mondo il meglio di te e sarai colpito fra i denti. Dà comunque il meglio di te.


Ho fissato i 10 comandamenti paradossali come una sfida. La sfida è fare sempre ciò che è giusto e vero, anche se gli altri non lo apprezzano. Rendere il mondo un posto migliore non può dipendere dagli applausi. Devi continuare a lottare. Perché se non lo fai, molte delle cose che devono essere fatte nel nostro mondo non saranno mai fatte.

KENT M. KEITH

Criminali e colombe

Progetto senza titolo

Questi erano criminali veri. Professionisti serissimi della rapina a mano armata.

La Banda degli ex presidenti.

Hanno fatto una caterva di colpi a Los Angeles, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90.

Precisi al millimetro, rapidissimi, senza il bisogno di uccidere.

In pratica, dei fantasmi. Che però rubavano montagne di dollari.


D’accordo, era solo un film.

Ma c’è un dettaglio che trascende la finzione: loro rapinavano senza mezze misure. Senza equivoci. Senza fraintendimenti. Senza bugie.

Non fingevano di fare altro. Facevano esattamente quello.


Possiamo dire lo stesso dei colletti bianchi?

I signori in giacca e cravatta che confezionano reati di criminalità finanziaria (aggiotaggio, truffa fiscale, bancarotta fraudolenta, ecc.) lo fanno alla luce del sole? Oppure c’è qualche dettaglio non dichiarato?

I colletti bianchi che sono nostri colleghi, parenti, amici, amici di amici, conoscenti alla lontana, fanno unicamente il loro lavoro?

O c’è dell’altro?


In fase legislativa, i rappresentanti politici colpiscono gli ‘spacciatori di mala-economia’ con la stessa fermezza con cui colpiscono gli spacciatori di cocaina? (cit. Gian Antonio Stella)

In fase divulgativa, i responsabili dell’informazione si prodigano per l’imparzialità e la veridicità della notizia o riversano inchiostro digitale che qualcuno leggerà per essere ‘aizzato’ e poi ‘addormentato’?


E i cittadini perbene – cioè io e te – cosa pensano della criminalità? Chi sono, per noi, i criminali?

E quanti livelli ci sono di criminalità? Quanti livelli accettiamo che ci siano?

Solo uno? Di un solo colore? Con un accento non italiano?


E noi siamo colombe innocenti?

Noi – che fino a prova contraria siamo proprio i cittadini perbene – ci comportiamo sempre alla luce del sole?

Tutto quello che facciamo è esattamente quello che diciamo di fare? O ci capita di sconfinare anche nel ‘diversamente legale’?

Ci hanno fatti bravi per sempre? Siamo talmente fortunati da avere un’automatica propensione all’innocenza? O ci servono, ogni tanto, dei corsi di aggiornamento in materie quali educazione civica, etica, legalità, rispetto profondo delle diversità?

Ok. Per oggi, domande finite.


“Noi non ci battiamo per i soldi. Noi ci battiamo contro il sistema. Quel sistema che uccide lo spirito dell’uomo. Noi siamo l’esempio per quei morti viventi che strisciano sulle autostrade nelle loro infuocate bare di metallo. Noi dimostriamo con la nostra opera che lo spirito dell’uomo è ancora vivo.”
Bodhi (leader Banda degli ex presidenti)