20 domande per il tuo 2018

More questions, please.

Non sono per nulla originale, ma ho notato un dettaglio.

All’aumentare della qualità delle domande che mi pongo, aumenta la qualità delle mie risposte. E all’aumentare della qualità delle mie risposte, aumenta la volontà di mettere in atto azioni congruenti.

Azioni che cambiano destini.


L’anno scorso ti avevo fatto queste 20 promesse.

Per quest’anno, invece, ho pensato di regalarti 20 domande.

Che puoi usare come vuoi.

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  1. Se il 2018 fosse davvero l’anno di svolta della tua vita, ne stai preparando le pre-condizioni?

  2. Hai il desiderio di conoscere persone nuove o sei già “a posto così”?


  3. Hai lasciato la porta aperta per qualche domanda introspettiva?


  4. Sei pront@ a scrivere sul foglio quel tuo obiettivo primario o lo lascerai solo fluttuare nella mente?


  5. Pensi di trovare la voglia di leggere almeno un libro in più del 2017?


  6. Hai intenzione di dedicare tempo di qualità a te stess@, o pensi che lo troverai “se proprio capita”?


  7. Vuoi generare emozioni positive per te stess@, o le vivrai “se proprio capita”?


  8. Nella velocità frenetica dei tuoi impegni, sei pront@ a fermarti almeno una volta (proprio fermarti fisicamente)?


  9. Sei pront@ a manifestare affetto autentico a qualcuno senza preoccuparti della sezione “giusto o sbagliato”?


  10. Hai considerato l’ipotesi di mettere in discussione un’abitudine del tuo quotidiano?


  11. Sei pront@ a fare una cosa (anche solo una) che ti fa paura?


  12. Hai già scoperto tutti i tuoi talenti o potrebbe esserci spazio per qualche novità?


  13. Potendo sceglierne solo una: vuoi imparare a fare qualcosa di nuovo o migliorare qualcosa che sai già fare?


  14. Sei pront@ a smettere di fare qualcosa che col tempo è diventato obiettivamente prescindibile?


  15. Stai considerando l’ipotesi di perdonare incondizionatamente qualcuno che ti ha fatto soffrire?


  16. Hai voglia di prenderti la responsabilità dei tuoi sentimenti?


  17. Sei pront@ a rischiare di prendere una decisione diversa da quello che gli altri si aspettano?


  18. Sei pront@ a sostituire una lamentela con un “grazie” per quello che hai (anche se nessuno ti sta ascoltando)?


  19. Te la senti di lasciarti commuovere senza preoccuparti delle ‘recensioni’ degli altri sulle tue lacrime?


  20. Te la senti di rischiare di essere felice, per motivi apparentemente semplici?

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16 persone che mi ispirano

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In questo 2017, che sta per finire, ci sono diverse persone che mi hanno ispirato. Persone che ho incontrato lungo il cammino o che ho imparato a conoscere più a fondo.

Ispirare letteralmente significa ‘instillare nell’animo un pensiero, un affetto, un disegno’. Oltre che ‘infondere virtù divinatoria’.

Con queste 16 persone, a me è successo davvero.


LUCA VIVAN

Luca ha una qualità divisa in 3 parti: pensa prima di parlare, osserva prima di raccontare e scrive in modo splendido.

Blogger, storyteller e trainer, con diversi progetti esperienziali e formativi tra le mani. Uno di questi, creato assieme a me (Raccontami un po’). Questo è il suo sito.

ALICE PREO

Il dono di Alice è stupendo: sa quale professione la rende felice.

È istruttrice certificata del programma Baby Signs, che insegna ai genitori alcuni strumenti per comunicare coi propri figli, prima dell’uso della parola. Robe da 21° secolo.

GIUSEPPE CARLETTI

Il dono di Giuseppe è quello di pensarsi (e di agire nella comunità) in consapevole relazione con l’altro. Non ho mai incontrato una persona come lui.

Presidente dell’associazione culturale Ubik Art, da anni lavora su diversi progetti ad impatto sociale positivo. Questo il sito della sua creatura: Rigenera Social Innovation.

FLAVIA ROSSETTI

Flavia è una di quelle persone che non riesce a rimanere indifferente.

L’ho conosciuta partecipando alla creazione del progetto di rigenerazione urbana Oltre il Giardino. Ora la sua attenzione è rivolta alla questione dei diritti umani dei migranti, a Pordenone.

Il gruppo libero di cui fa parte è Il ballo della scrivania.

LISA MORAS

Lisa ha un potere divino. Vive, fa, crea, porta in scena e insegna il teatro.

È direttrice artistica della dell’associazione culturale di teatro più effervescente e innovativa (parere mio) di Pordenone: Speakeasy Teatro Off.

TIZIANA MARCHESE

Il dono di Tiziana è la gentilezza applicata alla determinazione dell’azione.

Si impegna in progetti di supporto a economia solidale e circolare, artigianato locale, agricoltura naturale, valorizzazione di spazi urbani.

È facile trovarla nel più accogliente spazio di coworking (parere mio) del pordenonese: Mod-o.

GREGORIO CECCONE

Gregorio è l’incarnazione di quella che per me è la necessaria innovazione educativa.

Formatore ed educatore sui nuovi media e sulla comunicazione digitale. Si porta dietro umiltà a tonnellate.

Questo il suo sito.

ALBERTO CANCIAN

Il dono di Alberto è l’amore per il viaggio, l’esplorazione e la condivisione.

Per progetti di volontariato e di ricerca personale, ha vissuto sia in America Latina che in Asia. Modera incontri socio-letterari, ha fondato il progetto PordenoneViaggia e da poco  collabora nel programma televisivo Il mondo insieme.

Lo trovi qui.

ROSSELLA PIN

Il dono di Rossella è il sorriso instancabile, abbinato alla grande competenza in quello che fa e alla passione per la crescita personale.

È coach, mentor e trainer, con una lunghissima esperienza nella gestione e formazione di risorse umane. Fondatrice e presidente dell’Associazione Italiana Mentoring.

La trovi qui.

PAOLA ZAGO

Credo che Paola (per altruismo, determinazione e sensibilità), venga da un altro pianeta. Ha superato diverse ‘burrasche’, profonde quanto il suo sguardo. Ed è ancora qui.

Svolge la professione di counselor-operatore integrativo e gestisce lo spazio RCT Studio.

La trovi qui.

SIMONE BARDELLA

Simone è un po’ l’outsider di questo gruppo. E di sicuro, quando leggerà il post, dirà “Ma io cosa c’entro?”.

Un viaggiatore puro: sorriso, zaino e strada davanti. Uno che ha veramente il coraggio di provare…quello che gli fa paura. Questa estate si è fatto i Balcani in bicicletta. Da Trieste ad Istanbul. Epico.

In questo momento si trova in Laos (ci è andato in aereo, però).

ANDREA BRAVIN

Il dono di Andrea è quello di non essere un ‘prenditore’, ma un imprenditore umano.

Titolare dell’azienda Cominshop, al cui interno quest’estate ha creato ARTU.

Uno spazio pensato per la creatività e la libertà di espressione, secondo un congruente percorso di identità e valorizzazione.

SIMONE MANTOVANELLI

Simone è un essere umano. Al 100%, non al 99%. Umile, curioso, aperto al dialogo.

Formatosi in Scienze Motorie, svolge la professione di naturopata e kinesiologo. Assieme alla compagna Martina (che fa la stessa professione), ha da poco creato un strumento di lavoro innovativo ed estremamente coerente con i loro valori: il Metodo Prust.

FRANCESCO FACCHINI

Francesco è acqua fresca di montagna, anche se ti trovi in pianura.

L’ho voluto fortemente conoscere, partecipando a un suo corso di mobile video-making. Stando a quanto dice Google, è al momento uno dei più grandi esperti in Italia di Mobile Journalism, su cui sta creando diffusione di vera cultura e applicazione condivisa.

Collabora con l’Università IULM e il suo sito lo trovi qui.

ILARIA MAGAGNA

Il dono di Ilaria è di avere una saggezza e un’umanità accomunabili in 4 o 5 vite. Raramente ho incontrato una donna così forte.

All’interno del team di Comunitazione, fa uno dei lavori più belli al mondo: la facilitatrice di processi partecipativi nelle comunità.

Missione: innovare le tecniche di comunicazione odierne, per avvicinare il mondo della formazione al miglioramento delle relazioni interpersonali e spingere le persone ad agire come comunità nel superamento del conflitto.

IRENE CHIARI

Nessun caso di omonimia: è proprio lei. Irene è mia sorella ed è una persona che mi ispira in grande quantità.

Studentessa di Medicina, a Trieste. Da quest’anno è diventata una ‘cittadina sociale’, che si batte per la cessazione dell’inquinamento provocato dalle attività a ciclo continuo della Ferriera di Servola. Sostiene, senza farne parte, il Comitato 5 dicembre.

Never give up.


Ovviamente, ci sono molte altre persone che conosco e che mi ispirano. Le tengo buone per un ulteriore post.

La leadership umanistica

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Giovedì 30 novembre ho avuto una grande fortuna. Non mi capita tutti i giorni di partecipare a un incontro (facilitato) sulla leadership umanistica. Per di più, in un contesto aziendale.

Eravamo in 14 all’interno di ARTU, spazio creativo realizzato quest’anno dall’azienda COMIN di San Quirino (PN). Imprenditori, imprenditrici, consulenti, mediatori e operatori sociali: tutti accomunati da un’evidente curiosità, una volontà di condivisione e una ricerca di innovazione pratica.

Io ero lì perché alcune occasioni “me le vado a cercare”. Avevo conosciuto il titolare dell’azienda, Andrea Bravin, lo scorso giugno durante un convegno. Da lì, abbiamo semplicemente mantenuto i contatti.

Il suo merito è stato quello di organizzare un incontro (già il secondo di questo tipo) per aggregare professionisti dell’imprenditoria locale, in una chiave di condivisione attiva di idee, progetti e buone pratiche già in uso.

L’incontro è stato facilitato ottimamente dallo stesso Bravin, da Filippo Vanoncini e da Eleonora Ceschin. Ed è stato caratterizzato da 4 fasi:

# Connessione

L’inizio è stato pensato in modo da darci l’opportunità di far emergere l’aspetto personale, ancor prima di quello professionale.

La presentazione, ovviamente in cerchio, ci ha permesso di raccontare qualcosa di “noi”, della nostra “professione” e del “perché” eravamo lì quel pomeriggio.

# Focus

Abbiamo concentrato un’esposizione sintetica dei progetti sui quali stiamo lavorando e delle buone pratiche che stiamo attuando o che vorremmo attuare, nei contesti lavorativi.

Da lì, ci siamo divisi equamente in due gruppi di lavoro: ‘Relazione umana’ da una parte, ‘Open innovation’ dall’altra.

# Esperienza

Le due sessioni, in contemporanea, hanno fatto emergere testimonianze professionali vissute dai partecipanti. Ci siamo focalizzati sulla consapevolezza del cambiamento necessario, sulle nuove abitudini attuate e sulle buone pratiche da continuare a sostenere per un “benessere effettivo”.

# Debrief

Nell’ultima fase, nuovamente riuniti in cerchio, abbiamo sintetizzato quello che era emerso e lo abbiamo inserito in una mappa di facilitazione visuale, volta a dare chiarezza e continuità.

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Io non sono un imprenditore. Non ancora, per lo meno.

Ma se guardo i miei interessi e le esperienze che sto facendo, la leadership umanistica non può che affascinarmi.

Prende spunto dall’economia civile di Antonio Genovesi, dall’umanesimo imprenditoriale di Adriano Olivetti (che ha caratterizzato la rinascita italiana del secondo dopo guerra), dalla psicologia umanistica di Carl Rogers (che ha messo l’uomo al centro di una visione non meccanicistica e deterministica) e dalla mediazione umanistica di Jacqueline Morineau (dove la forza dell’incontro e del riconoscimento superano la prova dell’odio e della rabbia).


La grande occasione che ho avuto è stata quella di poter ascoltare e partecipare. Essere lì, assieme ad alcuni professionisti d’impresa della realtà in cui vivo.

Un grazie sentito ad Andrea Bravin, per un’esperienza da alimentare, ripetere e implementare.

Raccontarsi è distinguersi

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 Molti di noi vivono storie nel proprio quotidiano, pronte a diventare racconti emozionanti. Ma questo non succede, perché non sanno più come si racconta.


Negli ultimi 3 anni ho agito per attrazione.

Molta della mia energia e della mia attenzione l’ho indirizzata alla comunicazione.

Public speaking, scrittura creativa, racconto emozionale, capacità di sintesi, linguaggio del corpo, colori della voce. Soprattutto all’interno di dinamiche di gruppo, che includono conversazioni, sentimenti, bisogni.

La mia voglia di imparare si è stretta affettuosamente alla mia voglia di esprimermi. Così, ho visto e ascoltato le parole. Ma soprattutto, le ho vissute più intensamente e più consapevolmente rispetto a quando andavo all’università.


Ho ‘afferrato’ alcune linee di pensiero su una piccola verità costante: la persona indirizza la propria esistenza cominciando dal conoscere quello che è, che sente e che vuole. E poi, da quello che racconta a se stessa.

Noi crediamo a quello che ci diciamo. Molto spesso, senza alcun dubbio.

E fa sorridere quando ancora non ammettiamo di avere le ‘voci interiori’. Le abbiamo tutti quanti.


Un problema persistente è che le voci interiori rimangono tali.

Cioè tendiamo a leggere solo con gli occhi (che non è reato, ma la voce non si sente). Non diciamo sempre quello che pensiamo davvero (anzi…) e non parliamo mai da soli (pensando che sia una ‘roba da matti’).

Raccontiamo poco di noi. O per lo meno, poco di originale. A volte perché non sappiamo più come si racconta, a volte perché non riusciamo proprio a ‘vedere’ le storie. Quelle ancora da scrivere, quelle che viviamo nel quotidiano.

Ci scorrono via. Non siamo in grado di scrutarle e di dare loro un inizio (tipo ‘C’era una volta’), un tono, una sfumatura, una numerazione, un cambio di ritmo, un flashback.

Quando riusciamo a farlo, non c’è sempre spazio per le emozioni. Le nostre.

Allora apriamo parentesi (che non sempre si chiudono). Oppure facciamo viaggiare le parole come treni ad alta velocità.

Se poi lo sguardo è spento e il corpo rimane rigido, il fascino ci abbandona definitivamente.

Probabile feedback di chi ci ascolta?

Storia prescindibile.

Ecco, è tutto qui.

È per questo che, assieme a Luca Vivan, ho deciso di far nascere Raccontami un po’: progetto formativo che svilupperemo, in forme diverse, nel 2018.

Sulla base di un pensiero-chiave.

In un’epoca in cui possiamo distinguerci grazie alle nostre capacità e alle nostre storie, smettere di raccontare è una strada pericolosa.

L’utilità invisibile della sconfitta

resizer13.11.2017, Italia-Svezia 0-0. L’Italia non si qualifica per il campionato mondiale 2018.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.

Pier Paolo Pasolini


Ma perdere, serve? Ha una sua invisibile utilità?

Per cominciare: se perdere non servisse, non scriverei questo post.

Gli inni nazionali non avrebbero ragione di essere fischiati. Nessuna ragione.

A quel punto, accetteremmo la sconfitta come evento naturale. Anzi, a volte, sarebbe una specie di medicina.

Metteremmo in conto l’errore del singolo, quello del gruppo, la serie di errori, la buona sorte che non ci ha accarezzato.

L’inferiorità rispetto all’avversario sarebbe una delle possibili cause di un risultato sgradito.

Inclusa. Totalmente inclusa nel computo di un gioco dove ‘uno vince, l’altro no’.


A quel punto, risulterebbe persino necessario toccare il fondo.

Trovarsi nel punto più basso di una storia sportiva, mentre si sentono echi di festeggiamenti altrui.

Una volta lì, nel buio, sentiremmo il freddo entrarci nelle ossa. Il freddo della delusione sportiva.

Poi, potrebbe capitare una cosa assurda: quella sembrerebbe la migliore posizione per tornare a spingere verso l’alto.


Lì, succederebbe qualcosa a cui non siamo abituati.

Le responsabilità verrebbero prese per davvero, affiancando le cariche, i titoli, gli onori, le cronache, le interviste.

Dopo sconfitte cocenti o cicli conclusi, si lascerebbe il posto a qualcun altro. Con una naturalezza congenita.

Ripartendo, le persone ai vertici verrebbero selezionate secondo criteri meritocratici. Non sarebbero nominate come burattini, per coltivare interessi privati.

Ci sarebbero anche donne. Non soltanto uomini, con immaginari meriti di sesso.

Quelle persone sarebbero competenti, credibili e professionali. Essenziali per un progetto condiviso e privi dell’ambizione di ritenersi indispensabili.

La progettazione a lungo raggio diventerebbe la norma e nessuno (ripeto, nessuno) si sognerebbe di vincere senza progettare un successo nei dettagli.

La pazienza e la perseveranza sarebbero caratteristiche costanti.


Poi torneranno le partite.

E gli avversari più forti di noi…continueranno a batterci. Non sempre, ma spesso sì.

A noi roderà terribilmente il c**o, ma sapremo di essere sulla strada giusta.

Passeranno i mesi e pure gli anni. Tanti. Anche tantissimi.

Poi, d’un tratto, qualcuno farà un’uscita assurda: “Perché non potremmo tornare a vincere un campionato del mondo?”.

Quella domanda sarà così assurda che inizieranno a farsela in molti.


Da lì in poi, le gambe dei giocatori risponderanno. E il cuore pure.

Il campo darà il suo consenso e così tornerà a succedere.

Col sudore del merito.

Il sorriso è una scelta

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Lei ha 27 anni e sorride spesso.
Anche al lavoro.

Non ha un motivo specifico per sorridere.
Cioè, ha una vita normale.
Si porta con sé pregi, qualità, difetti, ansie, impegni, scadenze, vizi.

Lui lavora con lei e ha 10 anni di più.
Un giorno le fa notare di essere sorpreso dal suo sorriso costante.
Poi, aggiunge un dettaglio: fa la parte del saggio.

La avverte che, prima o poi, il suo sorriso si farà più smorzato.
Ne è sicuro, perché lui ci è già passato.
“La vita è dura”.
“Bisogna farsi il mazzo”.
“Capiterà anche a te”.

Lei rimane sorpresa e con gran naturalezza…sorride ancora.
Non può permettersi di credere a quelle parole.


Sorride per tre motivi.
1. Lo fa da sempre.
2. Di solito, quando sorride sta bene.
3. Non è abituata ad omologarsi allo spegnersi delle emozioni.

Sia chiaro: lei la pensa come lui.
Sulle prime due affermazioni, lei la pensa esattamente come lui.
Sulla terza invece, no.

Infatti la sua parola-chiave è NONOSTANTE.
Non è SICCOME.
Nonostante la vita sia dura, lei sceglie ancora di sorridere.
Nonostante sia necessario farsi il mazzo, lei sceglie ancora di sorridere.

“Smettere di farlo, sarebbe pericoloso”.
Si ripete lei, di tanto in tanto.

Siamo quello che postiamo

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“Noi siamo quello che mangiamo”
Ludwig Feuerbach

Feuerbach non aveva Facebook.

Per carità, ci ha preso in pieno con quel pensiero lì. Però non aveva Facebook.

Quindi non potrebbe capire che noi, oggi, siamo anche quello che postiamo. Ciò che emettiamo digitalmente.

A volte senza filtri. A volte, coi filtri un po’ usurati.

°°°

Sul social network con la “effe” ho 567 amici. Amico, si sa, qui è una parola comoda per dire “persona che ha chiesto o accettato di rimanere in contatto dietro a uno schermo”.

Ma questo è un altro discorso.

Bene. Ogni mio amico su Facebook, volente o nolente, appartiene a un insieme. Ci è finito, ripetendo nel tempo una serie di pubblicazioni con un minimo comun denominatore.

Ne elenco 11.

Sperando sinceramente che nessuno la prenda sul personale. Non avrebbe neanche senso, considerando l’ultimo degli undici.


  1. LODIO

Affetti da una malattia terribile: l’odio, detto anche lodio (nella foga di scrivere contro ‘un mondo che non va’). Il loro utilizzo della notizia è volto scientificamente a seminare parole violente, insulti e auguri di sventure precoci agli altri. Se un giorno la notizia non c’è, ce la si inventa.

  1. REVOLUCIÓN

I ribelli esistono ancora e la rivoluzione è in atto. A differenza degli haters acidi, si indignano per davvero contro le ingiustizie quotidiane. Non per scherzo. Solo che il mezzo di rivoluzione è ancora un indice (un po’ unto) che pigia lettere sullo smartphone.

  1. SENTIERO SPIRITUALE

Mistici, figli dei fiori, tendenzialmente abitanti di una dimensione eterea. Ogni post è luce, natura, risveglio, pace. Ogni parola è una carezza. Ogni azione sulla terra pare…rimasta impigliata in aria.

  1. COCCODRILLI

Chi si piange addosso. Spesso. Usano mantra come ‘mai una gioia’ o ‘anche oggi, si festeggia domani’. Dicono a Facebook che parteciperanno agli incontri per ‘single disoccupati con l’alito cattivo’ in città come… Rovigo. Non è vero. Ma intanto, un’altra auto-lacrimuccia è già scesa sul volto.

  1. KODAK

I nostalgici della fotografia analogica, inserita a forza nei sistemi digitali. La loro è una comunicazione basata sulle foto. Sfocate, storte, scure, a tratti psichedeliche. Con obiettivi, esposizioni e tonalità condizionati dall’effetto della caduta di un asteroide lì vicino.

  1. AUTOSCATTO

Il selfie una volta si chiamava autoscatto. E la gente lo faceva già, prima che si chiamasse selfie. Non ogni giorno, certamente, ma ogni tanto sì. I livelli di narcisismo registrati da queste parti hanno un’autostima roboante. Lo slogan ‘metterci la faccia’ non era mai stato preso tanto alla lettera.

  1. FOOD MOOD

Il settore food è la passione digitale di questi ‘testimoni del cibo’ del ventunesimo secolo. Immagini di piatti d’ogni genere, colmi e invitanti, affiancati da birrozze o vinelli da sbronza galoppante alle due di pomeriggio. Ci si augura che poi, il food, venga anche ingerito.

  1. ORECCHIO FINO

Musicisti, ex musicisti, DJ, ex DJ, organizzatori di eventi musicali, tecnici audio. Insomma, gli ‘orecchi fini’. La loro musica è incontestabilmente superiore a quella degli altri. Qualche divinità ha donato loro il segreto della melodia perfetta. Per pensarlo (davvero), bisogna strafarsi di musica buona.

  1. GRUPPO RAPERONZOLO

Elitari, non sempre per scelta. Sono in cima alla torre, con Raperonzolo. Parlano in codice e si capiscono in gruppi non superiori a quattro/cinque unità. Usano hashtag criptati e GIFS animate un po’ vintage, che ovviamente comprendono solo tra di loro.

  1. INTELLIGHENZIA

Puristi. E intellettuali da diverse generazioni. Hanno capito molto di molte cose e continuano sorprendentemente a farlo. Scrivono col guantino bianco su politica, economia, educazione, diritti sociali. Nei riscontri elettorali, si attestano tra lo 0,01 e lo 0,02%.

  1. QUELLI COME ME

Quelli come me, proprio come me. Quelli che per anni hanno criticato Facebook e i social media, rifiutando come la peste un’evoluzione tecnologica che stava per farci scomparire da qualche circolo comunicativo. Poi un giorno (all’estero) hanno provato l’ebbrezza di aprirsi un account. E si sono accorti che, per chi ama scrivere e condividere, tutta sta roba non era così male.

photo: Ed Gregory

Tre riflessioni di un ignorante

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Sono ignorante e morirò ignorante. Spazio per i dubbi: zero per cento.

Ci sono settori in cui la mia ignoranza è cronica. Settori in cui, nell’arco di questi 30 anni abbondanti, ho fatto dei progressi minimi.

Fisica, matematica, chimica, medicina, ingegneria. Solo per fare alcuni esempi.


Ma ci sono anche dimensioni nelle quali pensavo di essere discretamente sapiente.

Pensavo!

Invece mi accorgo di essermi illuso di sapere “solo più di qualcun altro” (comparazione molto instabile).

Sono spesso un inconsapevole-ignorante-ambulante. Uno che ha “ampi margini di miglioramento”, come piace dire a mio padre.

(mio padre però non mi ha mai confidato che, oltre a essere ampi, sono anche eternamente incolmabili)


GLI EQUILIBRI DELLE RELAZIONI UMANE

Le persone non capiscono quello che c’è nella mia mente. Non l’hanno mai capito. E la situazione non cambierà.

Ho migliorato molti aspetti della mia qualità comunicativa. Ma devo ancora imparare tanto.

Ad ascoltare, per esempio. In caso contrario, mi aspettano steppe sconfinate o caverne orientate a nord.

Parallelamente, poi, devo continuare a imparare ad esprimermi.

In modo chiaro e soprattutto assertivo. Se no, son cavoli amari e mal digeribili.

“Le parole sono finestre. Oppure muri.”
Marshall Rosenberg

 

L’ALIMENTAZIONE (IN)CONSAPEVOLE

Non c’è nulla che il corpo assimila in modo così profondo come il cibo che viene ingerito.

La questione si verifica tre o quattro volte al giorno. Ogni giorno.

Nel mio caso, significa circa 40.000. Ho mangiato circa quarantamila volte nella mia vita.

Di queste, credo, un buon 90% erano “inconsapevoli negli effetti”.

Cioè, una volta buttato giù, non so come quel cibo si sia relazionato esattamente con le mie cellule.

Negli ultimi anni, le cose sono migliorate: più informazioni, più attenzione, più consapevolezza, più decisione.

(ma quando mi capita di parlare con mia sorella – studentessa di Medicina – la constatazione della mia ignoranza si prende sempre la scena)

“Il cibo che scegliamo, sceglie cosa diventiamo.”
Anonimo

 

IL SUONO SCONOSCIUTO DEL SILENZIO

Senza il suono, sembra che non accada nulla.

Nulla.

L’immersione nei suoni trafficati, quotidiani, cittadini, lavorativi, contemporanei è convenzionalmente ritenuta normale.

A me è sfuggito un piccolo dettaglio, però.

Dopo aver confuso il “suono” con il “rumore”, mi sono accorto di non conoscere come fa il silenzio.

(per esempio, il silenzio che fa mia madre quando legge un libro con gli occhi)

Me lo dimentico ancora troppo spesso.

“Il mistero del silenzio è che non fa mai lo stesso rumore.”
Texxmat
foto: Sanda Aulic

Gli imprenditori umani

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Se Derek Sivers venisse dalle mie parti (nel nord est italiano), probabilmente lo prenderemmo per un tipo molto strano.

Lo vedremmo come un visionario artistoide. Forse, matto.

Uscirebbero frasi come “carino, ma…”, “eh no, qui è impossibile”, “troppo onesto, vecchio mio”, “così fallisci subito”.

Lo prenderemmo per uno che viene a raccontarci un mondo che non è il nostro. E quindi, probabilmente, fine della storiella.


Nel 1998 Sivers crea un sito di e-commerce, chiamato CD Baby. Lo fa partendo da zero, studiando e imparando a programmare da solo.

Lui vuole semplicemente vendere il suo disco (è musicista) e quello di pochi altri amici. Da lì però il sasso cade nello stagno. E l’onda si espande.

In dieci anni CD Baby passa da 0 a 4 milioni di dollari di vendite al mese.


E qui c’è il coniglio dal cilindro: Sivers fa una cosa totalmente incomprensibile per qualsiasi “prenditore”.

Crea un fondo benefico chiamato Indipendent Musician Charitable Remainder Unitrust, a cui trasferisce tutti gli asset di CD Baby.

Alla sua morte, gli asset saranno destinati interamente all’educazione musicale. Per ora invece, finché è vivo, il fondo gli versa una rendita annua del 5%.


Poi succede che Disk Makers compra il gioiello, versando nelle casse del fondo 22 milioni di dollari. Ma questi sono dettagli…

Morale della favola: si nota la differenza rispetto ai “prenditori”?

Derek Sivers appartiene a una generazione diversa.

Una generazione di imprenditori umani.

Con codici etici. Scolpiti nella pietra.


Le 11 regole di Derek

1) Non si fa impresa per soldi. Si fa impresa per realizzare dei sogni, per gli altri e per se stessi.

2) Creare un’azienda è la soluzione più efficace per migliorare il mondo, migliorando nel contempo anche se stessi.

3) Quando crei un’azienda, crei un’utopia. È qui che progetti il tuo mondo ideale.

4) Non fare mai nulla solo per i soldi.

5) Non metterti in affari solo per guadagnare. Fallo solo per rispondere a delle richieste di aiuto.

6) Il successo è frutto di un processo continuo di invenzione e miglioramento, non del continuo ostinarsi a promuovere ciò che non funziona.

7) Il tuo business plan è opinabile. Non puoi sapere cosa vuole davvero la gente finché non cominci a metterci mano.

8) Partire senza soldi è un vantaggio. Non c’è bisogno di soldi per cominciare ad aiutare gli altri.

9) Non puoi piacere a tutti, perciò escludi orgogliosamente certe categorie di persone.

10) Renditi inutile per la gestione della tua azienda.

11) Il vero scopo di qualunque attività è la felicità, perciò fai solo ciò che ti rende felice.

foto: 2015.theconference.se

 

Cose che ho imparato dai bambini

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Negli ultimi 12 mesi della mia vita ho avuto una grande fortuna.

Per scelte professionali personali, sono entrato spesso in relazione coi bambini. Esseri umani di età compresa fra i 3 e i 9 anni.

Ho fatto il babysitter, il ragazzo au pair, l’allenatore di calcio, l’animatore estivo.

Esperienze impegnative. Molto stancanti. E delicatissime, per la responsabilità che ci si prende verso i genitori.

Ma, senza il minimo dubbio, dico che è…qualcosa di stupendo.


ALTEZZA ED ESTENSIONE

Non mi ricordavo di come fosse il mondo dall’altezza di un metro, o giù di lì.

Mi sono rimesso a quell’altezza. E ho scoperto che più l’orizzonte sembra irraggiungibile, più aumenta la voglia di andarlo a prendere.

I genitori, da quell’altitudine, sembrano dei veri giganti. In più, si vede chiaramente chi ha voglia di scherzare, chi è imbronciato, chi nervoso, chi rilassato.

Da quella altezza, poi, ogni giardino ha un’estensione enorme. Dietro un albero, ci può essere una valle paradisiaca. Dall’altra parte di un fiume, possiamo trovare strani animali che nessuno ha mai visto.

DOMANDE

Non mi ricordavo nemmeno cosa volesse dire farsi delle domande spontanee. Che di solito iniziano con “perché”.

I bambini le fanno in automatico, senza filtri.

“Quanti cammelli muoiono in un giorno?”, si chiede Greta, 7 anni. Io non so nemmeno quanti cammelli ci sono nel mondo! Figuriamoci se so quanti ne muoiono in un giorno.

Le ho detto che non lo so. La cosa non le è piaciuta affatto.

RISPOSTE

Senza filtri sono anche le loro risposte.

Per esempio: avevo il dubbio che i miei occhi fossero di un colore un po’ indecifrabile, tra il verde e l’azzurro.

Così ho chiesto a Nora, 7 anni, guardandola in faccia.

“Azzurri!” mi ha detto in una frazione di secondo. Puff! Come se lo sapesse da sempre.

AGONISMO PURO

Molti bambini sono ultracompetitivi. Delle piccole macchine, su cui è stato impostato il comando “o vittoria o nient’altro”.

Matteo (9 anni) e suo fratello Gabriele (7 anni) mi hanno sfidato diverse volte a calcio, ping-pong e freccette.

Qualche volta, lo giuro, sono anche riuscito a batterli. Ma ho dovuto sudare sette camicie.

Quelli non mollavano un millimetro quanto a carica agonistica. Roba da “mors tua, vita mea”.

GOFFAGGINE E RISATE

I bambini sono inconsapevolmente meravigliosi nella loro goffaggine.

Storpiano le parole. Vanno spesso sovrappensiero, con gli occhi persi nel vuoto. Provano numeri acrobatici con l’assoluta convinzione di riuscire a farli (a volte ce la fanno, a volte la fisica li “riporta” a terra).

Se osservi cosa fanno e ascolti attentamente cosa dicono, possono farti ridere di vero gusto.

“Come chi?”, mi chiedo. Come nessun comico saprà mai fare.

 

a mia madre Nilla


foto: www.laccisciolti.it